Il Laboratorio

Numero 1 - 30 gennaio 2001

Intervista a Yusuf Mohamed Ismail
a cura della RedazioneEmail


La questione somala è una delle più complesse nel panorama internazionale ed è inspiegabilmente anche una delle meno seguite, cosa grave soprattutto per l'Italia che con quella regione ha storicamente legami molto forti. Ne parliamo con Yusuf Mohamed Ismail rappresentante all'Unione Europea del Puntland regione del nord Somalia , siamo convinti che sia necessario e giusto farlo, per non rischiare di dimenticare la sofferenza quotidiana di milioni di esseri umani.

D. Prima di tutto facciamo il punto della situazione attuale.
R. Ci si trova di fronte ad un bivio molto delicato: da una parte, vi è la reale possibilità di una soluzione definitiva della crisi somala, dall'altra c'è il pericolo che si riaccenda la guerra civile con il rischio concreto di regionalizzare il conflitto. E' ormai evidente a tutti che vi sono fortissimi interessi economici e politici che hanno fatto si che qualsiasi tentativo serio di pacificazione fallisse, ben 13 conferenze di riconciliazione nazionale sono già fallite, questo perché gran parte delle delegazioni presenti più che rappresentare una propria base reale di popolazione, hanno rappresentato interessi internazionali.
Il problema più grande è che si continua a focalizzare l'attenzione esclusivamente sul binomio città-Stato: Mogadiscio = Somalia dimenticandosi che la Somalia è composta da 3.300 Km quadrati, questa distorsione è il fondamentale motivo di destabilizzazione.
Gran parte del territorio somalo è dotato di strutture autonome, la popolazione ha scelto in moltissimi casi una ricostruzione dello stato somalo su base federale, eppure alla conferenza di Gibuti si è creato un parlamento centralista, che favorisce la possibilità di continue strumentalizzazioni da parte di interessi internazionali per i quali il caso Somalia continua ad essere fonte di arricchimento. Bisogna ricordare che alla conferenza di Gibuti non hanno partecipato le amministrazioni regionali createsi autonomamente con elezioni vere espressione del consenso popolare, in particolare erano assenti a Gibuti sia la delegazione della Somaliland sia quella di Puntland, che continuano a reclamare un'organizzazione di carattere federale, molto meno strumentalizzabile da interessi esterni.

D. Quali sono i rapporti dei paesi europei e dell'Italia in particolare con la Somalia?
R. Per comprendere il tipo di rapporti esistenti tra l'Europa, l'Italia, e la Somalia, più in generale con la questione somala, è fondamentale conoscere le vicende storiche che li hanno determinati, ora non potendo approfondire in questa sede tale argomento, credo che sia fondamentale ricordare che per lungo tempo la dittatura somala ha gravitato nell'area sovietica dopo il colpo di Stato del 68 nel paese fu imposto il monopartitismo e per anni la situazione è rimasta immobilizzata, in questo periodo per quanto riguarda l'Italia un ruolo di primo piano in Somalia lo ebbe il P.C.I. Dopo la rottura di Siad Barret con l'Unione Sovietica consumatasi alla fine degli anni 70, l'Europa occidentale fu praticamente costretta a sostenere la dittatura militare una situazione evidentemente anacronistica. Fu l'Italia guidata in quegli anni da Craxi ad invertire la tendenza. Il governo Craxi rifiutò di appiattirsi solo alle trattative con il governo dittatoriale somalo ed inizio ad entrare in contatto anche con le opposizioni anti dittatoriali, con l'avvento di Craxi per la prima volta si è stabilito un canale diretto di contatti con il governo italiano in chiave anti dittatoriale. Importantissimo fu il lavoro svolto in quegli anni dall'allora sottosegretario agli esteri con delega per l'Africa: l'On. Raffaelli.
Oggi purtroppo la situazione è profondamente mutata l'Italia è infatti uno dei pochi Paesi che riconosce l'assetto creato alla conferenza di Gibuti dove ripeto è stato creato un Parlamento artificiale che ha eletto un presidente che è un vecchio collaboratore di Siad ed un governo che è oggi riconosciuto solo dal Sudan.


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