"La morte è veramente utile e giusta in un governo bene organizzato"?
Questa, è la domanda, sulla quale vuole farci riflettere Cesare Beccaria
nella sua opera "Dei delitti e delle pene", ed alla quale anche dopo tre
secoli l'uomo moderno non riesce a rispondere. Deve valere la legge del
taglione, per la quale vale il detto occhio per occhio, dente per dente, o
bisogna ricordare il significato biblico del "Nessuno tocchi Caino"? E'
ancora un problema scegliere l'utilità o l'inutilità del commettere un
ennesimo omicidio come deterrente ai reati nel XXI secolo, a distanza di 300
anni dall'opera più considerevole sul tema "pena di morte"?
Le opinioni come al solito sono varie e distinte; a chi pensa che la pena di
morte sia un deterrente, si contrappone chi pensa che sia solo un mezzo
inutile per arricchire il carnet di altri morti. Ma quale tra queste due
tesi è quella più accettabile?
Cesare Beccaria si è interrogato brillantemente su questo tema, arrivando a
determinare che solo in alcuni casi è attuabile questa forma di castigo
estremo. Il Beccaria si esprime dicendo che solo nel caso un cittadino rechi
danno alla sicurezza della nazione, tale da generare una rivoluzione dannosa
dello stato stesso, esso possa essere condannato con la morte; ma quando
nello stato regna la tranquillità non esiste il motivo per il quale si debba
negare la vita ad un cittadino.
Questa considerazione, nell'arco dei secoli, ha subito delle alterazioni.
Mentre, la pena di morte vene abolita nel granducato di Toscana e poi
successivamente nell'Italia postunitaria anche grazie al saggio di Beccaria,
l'analisi dell'illuminista fu stravolta dall'ideale fascista, che sostenne
che egli non fu avversario della pena capitale, ma suo sostenitore. Nel
codice penale redatto dal ministro Rocco nel periodo fascista si legge
esplicitamente che la pena di morte è legittima, quando è necessaria per la
difesa della società e dello Stato, come da Beccariana memoria. Ma questo
vuol davvero dire che chi commette un reato sia talmente dannoso da essere
condannato con la morte?
Si prenda l'esempio più grave di reato: l'omicidio. Davanti ad un tale
affronto verso il diritto primo dell'uomo, la vita, non si può non rimanere
attoniti, anche perché sui temi più forti e scottanti si può esprimere un
parere critico, mentre su un reato lieve, quale uno scippo o altro è facile
essere tolleranti. Naturalmente di primo acchito a chi rivolge un'offesa si
vorrebbe rispondere a questa nello stesso modo, ma così utilizzeremmo la
stessa carta di chi ha già ucciso.
La pena capitale non è altro che l'istinto che prevarica sulla ragione. Ma
così come l'eccessiva esasperazione dell'istinto e della rabbia non è un
deterrente ai reati, la tolleranza completa ha lo stesso significato, non si
può far sempre valere il principio evagelico del porgere l'altra guancia,
perché così no si farebbe altro che sminuire la veemenza dell'offesa stessa.
Allora qual è la soluzione? Bisognerebbe attuare una politica, non solo
della tolleranza, ma anche una politica dell'informazione, mirata al
rispetto reciproco. Bisogna, soprattuto, far capire ai giovani che la vita è un bene
inestimabile, che nessuno, neanche dopo aver ricevuto un'offesa può
violare. "Solo attraverso il dialogo e la collaborazione si può attuare la
pace, la guerra e l'odio portano solo distruzione e ulteriore morte", così
disse Yasseh Arafat in merito alla guerra palestinese, ma questa frase,
equiparando la guerra alla pena di morte, può essre letta così: "La pena
capitale porta solo altra morte, mentre solo con il dialogo e l'informazione
si può sopprimere la violenza e i reati contro il prossimo".