Il Laboratorio

27 maggio 2001

Beccaria e la pena di morte
di Luca Lombardo


"La morte è veramente utile e giusta in un governo bene organizzato"?

Questa, è la domanda, sulla quale vuole farci riflettere Cesare Beccaria nella sua opera "Dei delitti e delle pene", ed alla quale anche dopo tre secoli l'uomo moderno non riesce a rispondere. Deve valere la legge del taglione, per la quale vale il detto occhio per occhio, dente per dente, o bisogna ricordare il significato biblico del "Nessuno tocchi Caino"? E' ancora un problema scegliere l'utilità o l'inutilità del commettere un ennesimo omicidio come deterrente ai reati nel XXI secolo, a distanza di 300 anni dall'opera più considerevole sul tema "pena di morte"? Le opinioni come al solito sono varie e distinte; a chi pensa che la pena di morte sia un deterrente, si contrappone chi pensa che sia solo un mezzo inutile per arricchire il carnet di altri morti. Ma quale tra queste due tesi è quella più accettabile?

Cesare Beccaria si è interrogato brillantemente su questo tema, arrivando a determinare che solo in alcuni casi è attuabile questa forma di castigo estremo. Il Beccaria si esprime dicendo che solo nel caso un cittadino rechi danno alla sicurezza della nazione, tale da generare una rivoluzione dannosa dello stato stesso, esso possa essere condannato con la morte; ma quando nello stato regna la tranquillità non esiste il motivo per il quale si debba negare la vita ad un cittadino.

Questa considerazione, nell'arco dei secoli, ha subito delle alterazioni. Mentre, la pena di morte vene abolita nel granducato di Toscana e poi successivamente nell'Italia postunitaria anche grazie al saggio di Beccaria, l'analisi dell'illuminista fu stravolta dall'ideale fascista, che sostenne che egli non fu avversario della pena capitale, ma suo sostenitore. Nel codice penale redatto dal ministro Rocco nel periodo fascista si legge esplicitamente che la pena di morte è legittima, quando è necessaria per la difesa della società e dello Stato, come da Beccariana memoria. Ma questo vuol davvero dire che chi commette un reato sia talmente dannoso da essere condannato con la morte?

Si prenda l'esempio più grave di reato: l'omicidio. Davanti ad un tale affronto verso il diritto primo dell'uomo, la vita, non si può non rimanere attoniti, anche perché sui temi più forti e scottanti si può esprimere un parere critico, mentre su un reato lieve, quale uno scippo o altro è facile essere tolleranti. Naturalmente di primo acchito a chi rivolge un'offesa si vorrebbe rispondere a questa nello stesso modo, ma così utilizzeremmo la stessa carta di chi ha già ucciso.

La pena capitale non è altro che l'istinto che prevarica sulla ragione. Ma così come l'eccessiva esasperazione dell'istinto e della rabbia non è un deterrente ai reati, la tolleranza completa ha lo stesso significato, non si può far sempre valere il principio evagelico del porgere l'altra guancia, perché così no si farebbe altro che sminuire la veemenza dell'offesa stessa. Allora qual è la soluzione? Bisognerebbe attuare una politica, non solo della tolleranza, ma anche una politica dell'informazione, mirata al rispetto reciproco. Bisogna, soprattuto, far capire ai giovani che la vita è un bene inestimabile, che nessuno, neanche dopo aver ricevuto un'offesa può violare. "Solo attraverso il dialogo e la collaborazione si può attuare la pace, la guerra e l'odio portano solo distruzione e ulteriore morte", così disse Yasseh Arafat in merito alla guerra palestinese, ma questa frase, equiparando la guerra alla pena di morte, può essre letta così: "La pena capitale porta solo altra morte, mentre solo con il dialogo e l'informazione si può sopprimere la violenza e i reati contro il prossimo".


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