Siamo particolarmente lieti di pubblicare questo articolo di Paola Loi per
due motivi: prima di tutto perchè l'autrice vivendo in Cile ci offre con il
suo contributo una visione
"interna" di una realtà che troppo spesso consideriamo e valutiamo in
un'ottica esclusivamente europea. E' una grande opportunità per avere un
diverso approccio ad una questione che consideriamo di
enorme interesse, non solo per la vicenda in se e, dunque, per l'importanza
che riveste la battaglia in difesa dei diritti umani, ovunque questa si
svolga, ma anche perchè dalla vicenda cilena sorgono pressanti
interrogativi, per molti versi contradditori e
difficili da affrontare.
Quanto il processo Pinochet può essere considerato
"autoctono"? Quanto cioè è stato determinato da
volontà interne e, o quanto, invece, sono state determinanti le pressioni
esterne di altre Nazioni? In questo secondo caso è auspicabile che la
giustizia interna di singoli Paesi venga imposta o comunque condizionata
dalle "pressioni" di altri con il rischio di dipenderne? E perchè certe
"pressioni" internazionali si sono sviluppate così in ritardo? E ancora e più in generale
quanto contano gli interessi internazionali nella questione Pinochet?
Questi sono solo
alcuni interrogativi, ve ne sono molti altri legati alla vicenda cilena.
L'articolo che pubblichiamo di seguito ha sicuramente il merito di sollevarne parecchi. L'altra
ragione per la quale siamo particolarmente felici di pubblicarlo è che la
collaborazione di Paola è il frutto di una conoscenza maturata
esclusivamente attraverso la Rete, non solo non abbiamo il piacere di conoscere personalmente l'autrice(non sarebbe questo l'unico caso) ma questa vive e lavora
dall'altra parte del mondo ed entrando in contatto
con Il Laboratorio ne ha allargato a dismisura gli orizzonti.
Concedeteci per questo di essere particolarmente soddisfatti. E' la dimostrazione
dell'enorme potenzialità dello strumento, per noi un'importante conferma del fatto che si può "fare la Rete", si può
davvero creare Internet, è la sfida de Il Laboratorio, anche grazie a Paola siamo convinti che possiamo vincerla.
La Redazione de Il Laboratorio
Il Cile del dopo Pinochet
di Paola Loi
In Cile, a undici anni dalla fine della dittatura, ventotto persone sono state condannate con l'accusa di violazione dei diritti umani in processi ai quali non è stata applicata la Legge sull'Amnistia. Emanata nel 1978, in piena dittatura militare, questa legge concede l'amnistia per i delitti compiuti tra il 1973 ed il 1978, anni in cui si verificarono i casi più gravi e numerosi di assassinio e scomparsa di oppositori al regime.
Il modo in cui il Cile "democratico" ha affrontato il dramma della violazione dei diritti umani consumatosi durante il regime di Pinochet, è stato preso spesso come modello nel contesto latinoamericano della cosidetta "giustizia nel limite del possibile". Concetto cui i paesi dell'America Latina fecero frequente ricorso, dopo il passaggio dalla dittatura alla democrazia, per giustificare l'impossibilità di garantire piena giustizia alle vittime della dittatura.
Il tema dei diritti umani è presente fin dall'inizio nell'agenda politica della transizione cilena. I due primi presidenti civili dopo diciassette anni di dittatura, Patricio Aylwin e Eduardo Frei Ruiz-Tagle, riservarono a questo delicato tema uno spazio importante nei rispettivi programmi di governo.
Con il ritorno della democrazia, d'altra parte, era inevitabile che si imponesse con urgenza la necessità di affrontare il doloroso capitolo della sistematica violazione dei diritti umani.
Quando, nel 1990, si creò con decreto presidenziale la Commissione Nazionale per la Verità e la Riconciliazione, avente il compito di investigare sui casi piu gravi di violazione dei diritti umani (morte e/o scomparsa della vittima) verificatisi tra il 1973 ed il 1990, in Cile era ancora difficile parlare pubblicamente del tema. Il Rapporto della Commissione ebbe il merito fondamentale di rendere pubblici fatti che, pur conosciuti da molti, erano rimasti occulti sino a quel momento.
La Commissione ha segnato una svolta importante nella politica sui diritti umani, svolta che, nonostante tutto, ha avuto effetti più teorici che pratici. Le indagini effettuate e rese pubbliche dalla Commissione non hanno determinato un cambiamento sostanziale nei tribunali cileni, che continuano ad applicare la Legge sull'Amnistia nella maggior parte dei casi di violazione dei diritti umani. È importante comunque ricordare che alla Comissione non furono concessi poteri giudiziari bensì investigativi, e proprio questa delimitazione dei suoi poteri determinò un limite per il suo operato.
In questi undici anni di governo democratico non si sono presentate condizioni fattibili per proporre l'abrogazione o la modifica della Legge sull'Amnistia. La maggiore opposizione a eventuali modifiche della Legge sull'Amnistia proviene dalle Forze Armate, che ancora oggi godono di una enorme autonomia garantita per legge.
La volontà di segnare dei progressi nel tema della tutela dei diritti umani, si è scontrata con forti limiti politico-istituzionali i quali hanno lasciato inevitabilmente dei temi irrisolti. La dimostrazione più evidente di ciò è stato l'arresto di Augusto Pinochet a Londra nell'ottobre del 1998, su richiesta della giustizia spagnola per i delitti commessi durante il suo regime.
Il processo a Augusto Pinochet ha provocato in Cile delle reazioni contrastanti. Una frattura profonda divide ancora oggi la società cilena: da una parte coloro che appoggiarono la dittatura, dall'altra coloro che ad essa si opposero. I sostenitori di Pinochet, pur non rappresentando la maggioranza in Cile, costituiscono un settore particolarmente influente dal punto di vista politico e soprattutto economico, la destra, infatti, domina i settori più importanti dell'economia.
Il processo a Pinochet è stato un caso eminentemente giuridico, anche se ha avuto forti implicazioni politiche. Pinochet è il simbolo delle dittature latinoamericane ed il suo arresto è stato salutato come un processo ideale a tutte le dittature che hanno insanguinato il passato recente dell'America Latina.
Sono passati quasi tre anni dall'inizio del processo a Pinochet e si possono osservare alcuni cambiamenti che, anche se lenti, sono ormai irreversibili.
Una prima considerazione che per un osservatore esterno potrebbe essere addirittura banale, è che sino a pochi anni fa era inimagginabile che in Cile si potesse processare l'ex dittatore. Nel 1997 Pinochet era ancora Comandante delle Forze Armate, diritto concessogli dalla Costituzione del 1980, ancora vigente, che ha garantito il passaggio "concordato" dalla dittatura alla democrazia. Questa stessa Costituzione ha poi leggittimato l'ingresso di Pinochet nel Parlamento come senatore a vita, garantendogli la preziosa immunità parlamentare. I costituzionalisti cileni avevano elaborato un sofisticato meccanismo giuridico che permettesse all'ex dittatore di rimanere "intoccabile" anche dopo la fine del suo regime.
Con questi precedenti, nel 1998, non era pensabile che il Parlamento cileno votasse la deroga all'immunità parlamentare. Deroga che, di fatto, ha aperto la strada al processo a Pinochet. Il dibattito processuale, anche se a rilento, va avanti, superando i numerosi ricorsi da parte della difesa e dell'accusa. Il processo è stato temporaneamente sospeso in quanto Pinochet è stato dichiarato infermo di mente. Ciò non significa che il processo sia giunto al termine, ma certamente è meno fattibile adesso che Pinochet possa scontare una eventuale condanna in carcere.
Il processo all'ex dittatore è ovviamente quello che ha attirato la maggiore attenzione da parte dell'opinione pubblica internazionale. Bisogna però ricordare che in Cile attualmente sono sotto giudizio altri militari e civili accusati di violazione dei diritti umani, così come si stanno riaprendo vecchi processi ai quali era stata applicata la Legge sull'Amnistia.
Questi casi ai quali si è fatto breve riferimento, testimoniano la volontà della debole democrazia cilena di andare avanti nel cammino della democrazia. Un percorso che pochi paesi, nonostante tutto, hanno seguito. Per quanto riguarda l'Europa si potrebbe citare solo il caso della Grecia, dopo il regime dei Colonnelli, o il caso recente del processo a Milosevic.
L'Europa ha preteso insistentemente che in Cile si facesse giustizia, per poi fermarsi di fronte ai grandi interessi economici che i paesi dell'Unione Europea, primo fra tutti la Spagna, hanno in Cile.
La violazione dei diritti umani è un dramma senza soluzione: non è possibile ristabilire la situazione pre-esistente al delitto. Si può sperare solamente di ottenere una compensazione morale, un riconoscimento del danno provocato e la restituzione della dignità alle vittime. In Cile si é cercato di dare un passo avanti in questo senso, ma chiaramente ciò non è traducibile in una soluzione definitiva e soddisfacente per una tragedia di tali dimensioni.
In America Latina rimangono ancora tanti casi irrisolti, o che sono stati "risolti" col trascorrere naturale del tempo, che ha indebolito la memoria e confinato nell'oblio le tante atrocità commesse. Così è stato in Cile, Argentina, Uruguay, Guatemala. Così è ancora oggi in molti angoli dell'America Latina: Perú, Bolivia, Ecuador, Colombia…..