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Macedonia fra guerra e pace
di Luca Perugini


Nell'autunno 1998 Alexander R. Vershbow, Ambasciatore degli Stati Uniti presso il Consiglio Atlantico a Bruxelles dal gennaio dello stesso anno, rilasciò un'intervista per la rivista Limes a proposito della situazione nei balcani e in particolare dell'allora Presidente della Repubblica federale di Jugoslavia, Slobodan Milosevic:
"Dato che proprio Milosevic ha le maggiori possibilità e i principali mezzi da guerra sul terreno, noi pensiamo che lì vi siano bersagli da prendere di mira per mettere fine alla violenza, limitare le sue capacità e riuscire a portarlo al tavolo negoziale. Ma, a quel punto, dovrebbe essere messa in opera anche una politica per impedire agli albanesi del Kossovo di sfruttare la situazione che verrebbe a crearsi. In proposito, c'è già una strategia per fare in modo che un eventuale intervento Nato non sia utilizzato dagli albanesi per realizzare il loro programma di massima. L'intento, lo ripeto, è di spingere le parti al compromesso…se dovessimo intervenire con la forza, il principale obiettivo sarebbe certo Milosevic; ma la nostra non sarebbe affatto un'azione a sostegno degli albanesi e del loro programma politico." (Limes 3/98 – Il triangolo dei Balcani – p.292)
Come si ricorderà, la sera del 24 marzo del nuovo anno, fallita la Conferenza di Rambouillet, l'allora Segretario Generale della Nato Javier Solana annunciava l'inizio delle ostilità, secondo quanto ha scritto Sergio Romano, "per rompere la catena delle menzogne e delle promesse tradite" nonché perché "è cresciuta nelle nostre società, negli ultimi cinquant'anni, una forte sensibilità per la tutela dei diritti umani…un progresso irrinunciabile", (Corriere della Sera – 1 aprile 1999). (42808 bytes)Considerata l'attuale situazione in Macedonia viene fatto di pensare ad una specie di rinuncia delle capitali atlantiche, come se, una volta spinte le parti al compromesso, una volta cioè avviata la pacificazione del Kossovo, l'interesse a garantirla si fosse perso.Ma forse questo è un giudizio sbrigativo e bisognerà invece ricordarsi della presenza di una missione militare multilaterale che opera nella zona con un certo impegno: la KFOR, che è composta da 7300 soldati francesi, 5300 americani, 4900 tedeschi, 4350 italiani, 3900 inglesi (senza contare gli impegni minori), e ha in Macedonia delle basi di supporto logistico (vedi cartina 1). Resta difficile però non rendersi conto di determinate incongruenze di tipo strategico. Quella strategia contro la minaccia del programma di massima degli albanesi cui si riferisce Vershbow è andata in fumo se è vero che da febbraio 2001, in Macedonia, a partire da Tetovo ed Aracinovo, ha avuto inizio la guerriglia albanese dell'Uck. Sono sette mesi ormai che la Macedonia si trova fra guerra e pace, preda di violenze continue. L'intenzione di questo articolo è ricostruire l'evoluzione della situazione macedone fino all'arrivo della Task Force Harvest, e provare a rendere comprensibile il senso della presenza della Comunità Internazionale.
Anzitutto una precisazione. L'Uck non è il solo gruppo armato albanese ma è giusto ritenere che sia quello che esercita la più capillare attrattiva sugli estremisti, quello più popolare, e quello da disarmare. Il nostro interessamento in Kossovo e in Albania a favore di popolazioni albanesi, per giunta in un contesto di responsabilità per il mantenimento della Pace (o dell'Ordine che dir si voglia) nei balcani, nel momento in cui la Macedonia, finora immune alle conseguenze del disfacimento della ex-Jugoslavia, rischia la guerra civile, costituisce la causa determinante del nostro impegno. Il pensiero che la Nato abbia provocato la crisi macedone allo scopo di crearsi il pretesto per aumentare la propria influenza nei balcani non soltanto è irragionevole, ma travisa proprio la realtà. Nella sua intervista a Limes Vershbow disse ancora: "La nostra strategia per i Balcani, in definitiva, è la stessa strategia che abbiamo per l'Europa nel suo complesso e, adesso, in particolare per l'Europa centrale e orientale: promuovere la stabilità e la sicurezza del processo di democratizzazione e l'integrazione nelle istituzioni occidentali. Per gran parte degli Stati balcanici, resta ancora molta strada da fare. Un'eccezione è la Slovenia…Ma gli altri Stati balcanici, no: non sono nella corsia veloce per raggiungere l'ammissione nell'Unione Europea…Vero è che la Macedonia è un isola di stabilità e sta comportandosi bene, senza farsi coinvolgere fino a questo momento dai problemi circostanti." Se un tempo c'era una sorta di vincolo diplomatico ad un interessamento politico verso la questione albanese sembra evidente (basta pensare che avrebbe significato occuparsi di questioni che coinvolgono gruppi ai limiti della legalità) ma è certo oggi che la realtà è cambiata. Allo stato attuale tanto più generico è il nostro approccio tanto più corriamo dei rischi. La Macedonia è a rischio guerra civile, ed il governo legittimo va aiutato a risolvere il problema. La destabilizzazione della Macedonia minaccia di aprire un vuoto politico in cui si risveglierebbero storiche rivalità ad opera di correnti albanesi estremiste ed armate. Si fa presto a dire che nell'attuale realtà storica non si pone un problema albanese. Il senso della presenza della Comunità Internazionale nei balcani viene messo in dubbio, serve una ridefinizione delle nostre responsabilità.
La Macedonia deve essere più forte e con migliori rapporti con i vicini.
In attesa che la stampa si esprima una volta per tutte sul problema che l'etnia albanese costituisca o meno il 30% della popolazione macedone, possiamo stimare che rappresenta all'incirca un terzo della popolazione totale. Il restante 70% slavo ortodosso, come in Kossovo si distingue per appartenenza etnica e religiosa, ma nel caso macedone a differenza del kossovaro, la comunità albanese è vissuta, finora, in pace. Al Parlamento di Skopje i partiti di minoranza albanesi hanno manifestato, in questi anni, uno spiccato orientamento moderato. Vale a dire che la loro integrazione non è andata perduta col tempo ed ha, al contrario, una lunga continuità alle spalle. Sin qui le istituzioni statali hanno potuto contare su di loro, quel che ci interessa è che lo possano fare anche in futuro. Quando l'Uck ha cominciato ad usare le armi contro l'indirizzo politico generale, le forze governative si sono trovate in un vicolo cieco, dovevano tentare la repressione del fenomeno. Cosi nel nord-ovest del Paese le operazioni militari sono andate avanti a fasi alterne da febbraio a giugno, mentre i ribelli arrivavano alle porte della capitale, in assenza di canali di dialogo fra Uck e rappresentanza parlamentare albanese. Si era determinata una situazione, protrattasi per cinque mesi, durante la quale si sono susseguite svariate tregue tutte puntualmente violate. Il segnale di una presa di coscienza del da farsi sarebbe giunto, come era intuibile, in modo un poco paradossale. La sera del 25 giugno la folla, adunatasi nel corso della giornata dinnanzi al Parlamento di Skopje, complici il buio ed alcuni riservisti della polizia assaltava e saccheggiava il palazzo. Come mai ? Perché il Governo si era accordato nuovamente con i ribelli ma non per una deposizione delle armi e anzi per il ripiegamento dell'Uck al di là della sua posizione ad Aracinovo, verso Lipkovo. La notizia si diffonde in giornata e la popolazione capitolina si raccoglie spontaneamente, al grido di "traditori", anche perché si viene a sapere che la nuova posizione concessa ai ribelli essi l' hanno raggiunta sotto scorta KFOR (Kossovo Force), cioè grazie alla Nato. Anzi, pur non avendo avuto nessuna conferma formale dai vertici Nato, il patto è stato annunciato insieme alla notizia di incontri ufficiali tra ribelli e rappresentanti della Nato e dell'Unione Europea. Ali Ahmeti, braccio politico dell'Uck, ha dichiarato che era stato raggiunto il 24 giugno nella zona di Tetovo a seguito di una trattativa con rappresentanti internazionali. "In effetti fondamentale è stato il ruolo del responsabile della politica estera dell'Unione Europea, Javier Solana, che durante la sua visita in Macedonia, ha premuto per i negoziati sul riconoscimento dei diritti della minoranza albanese" (Corriere della Sera, 26 giugno 2001). Ora, Solana non è certo famoso per la sue sottigliezze diplomatiche, ma possiamo accontentarci dell'idea che l'uomo che è stato Segretario Generale della Nato dal 1995 al 1998 (nonché Ministro degli Esteri di Spagna dal luglio 1992 fino alla sua nomina alla Nato) ha peccato di tanta distrazione da provocare una tale situazione politica, oppure è il caso di ammettere che si ritiene più intelligente degli altri? Come evitare che i partiti nazionalisti slavo – macedoni, trascinati da un spirito di vendetta, si chiudano al dialogo con i partiti albanesi moderati sulla condizione della comunità albanese?
Adesso il Presidente Boris Trajkovski prendeva l'iniziativa. Nella settimana fra il 18 e il 24 giugno chiede l'aiuto della Nato per la smilitarizzazione dell'Uck e il disarmo degli estremisti di etnia albanese. Era l'invito che la Nato aveva aspettato. In una dichiarazione del 20 giugno il Consiglio Atlantico rispondeva affermativamente che avrebbe inviato una missione di Pace ma non prima di un accordo politico fra la parte slavo – ortodossa e la parte albanese – mussulmana e di un cessate il fuoco formale. Restavano infatti da realizzare le condizioni per un intesa fra i partiti macedoni. Anche se dopo l'errore commesso dalla KFOR era cresciuta l'attenzione delle opinioni pubbliche occidentali verso le deficienze della Nato, mentre in Macedonia scoppiava il caso della minoranza albanese, sarebbe stato necessario l'uso della forza per evitare che l'Uck interferisse con la soluzione dei problemi interni. La prima cosa da fare era quindi quella di ottenere non l'ennesima tregua ma un cessate il fuoco credibile. Fu esattamente quello che avvenne nei primi di luglio. "Non si sono incontrati, né tanto meno parlati. Ma l'accordo che li impegna entrambi, macedoni e albanesi, ad una nuova tregua sembra più credibile che in passato. Dietro il cessate il fuoco raggiunto tra il governo di Skopje e i ribelli dell'Uck stavolta c'è la mediazione ufficiale della Nato, assieme al lavoro della diplomazia europea e di quella americana. Le due parti hanno firmato separatamente: mercoledì sera gli albanesi, rappresentati da Ali Ahmeti, leader politico dei guerriglieri, nella città kossovara di Prizren; ieri i macedoni con Pande Petrevski, capo di Stato maggiore, a Skopje." (Corriere della Sera – 6 luglio 2001). A Prizren, durante quella che gli storici albanesi chiamano "Rilindja", la rinascita albanese, si era svolta una grande assemblea che il 10 giugno 1878 varò la prima organizzazione nazionale albanese; la Lega di Prizren appunto raccoglieva i delegati di antiche province ottomane come Scutari, oggi albanese, o l'eyaleh del Kossovo. Qui i ribelli dell'Uck hanno accettato, il 4 luglio, di cessare i combattimenti. Ali Ahmeti però non è a rigore un comandante militare, ma soltanto il delegato politico del principale fra molti gruppi armati pan – albanesi. Ecco perché l'Uck ha fatto capire subito che non avrebbe consegnato le armi se non una volta raggiunto un accordo politico generale fra i partiti macedoni: in pratica deposizione delle armi in cambio di garanzie a proposito dell'estensione dei diritti della minoranza albanese. Per i membri dell'Alleanza Atlantica e dell'Unione Europea è tempo da allora di cercare il modo di superare nuove difficoltà: si era fatta strada l'idea che non bastava lo schieramento di altre truppe Nato e serviva invece un'accurata visione geopolitica della zona da accompagnarsi con una azione diplomatica persuasiva. Del resto il ritmo delle notizie dalla Macedonia (o piuttosto, francamente, delle prime pagine dei giornali) si faceva sempre più incalzante, e il lettore si ritrovava nella camera dei motori di una nave da crociera col rischio di essere espulso dai fumaioli, avvolto nei vapori. Il problema era evitare una confusione ingovernabile. Per esempio quando arrivò, puntuale, la reazione di Skopje. Il 5 luglio, come si verrà a sapere dagli organi di stampa soltanto alla vigilia del sospirato accordo, il cessate il fuoco era rotto. Skopje l'avrebbe ristabilito alle 19.30 del 12 agosto, allo scopo di creare il clima giusto per l'occasione. Poche ore prima l'esercito stava ancora bombardando Radusa, un villaggio nel nord del Paese sotto controllo dei ribelli. La situazione nel suo complesso poteva sembrare, allora, la stessa che si era verificata mesi prima: una condizione di guerra senza via d'uscita. Ad una osservazione attenta però non solo la realtà era cambiata, ma ci sarebbe stato il tempo necessario a prenderne atto. Ancora il 27 agosto, quando ormai la Task Force Harvest assumeva i suoi compiti, un villaggio non lontano dalla località d'inizio della raccolta delle armi dell'Uck, Opaje appunto "fuma, un candelabro di sette candide casette date alle fiamme" (Corriere della Sera – 28 agosto 2001).E la tattica della terra bruciata. Perché al governo non basta un accordo che assorba le richieste albanesi, e col pensiero rivolto alla coesione dello Stato, s'interessa pure alla ricostruzione di un clima di convivenza etnica nelle zone di confine, a Nord, dopo quasi un anno di violenze. In ciò è aiutato proprio dal nemico, dall'Uck insomma, che dinnanzi alla distruzione dei villaggi albanesi, per non essere da meno, riduce in macerie un antico monastero a Leshok: "Dannati mussulmani…s'è indignato il mondo di fronte a una furia – sospira il professor Dimitar Delchevski – che distrugge i monasteri del Trecento e non risparmia quel che persino gli Ottomani, in tanti secoli, non avevano osato profanare" (Corriere della Sera – 29 agosto 2001).Farsi un'idea chiara della situazione della Macedonia il giorno dopo il cessate il fuoco era diventato a un tempo improbabile e altrettanto necessario. L'accordo politico fra slavi e albanesi, a dispetto delle richieste dell'Uck non era più cosi scontato, mentre la Nato ormai era coinvolta. Da lì a poco sarebbe stato scelto un luogo d'incontro fra i rappresentanti delle parti interessate e la negoziazione sarebbe cominciata. La scelta cadde su Ocrida, accanto all'omonimo lago. Al momento più opportuno, mentre nel Paese continuano le operazioni militari, la Comunità Internazionale era presente. Il responsabile della politica estera dell'Unione Europea, Javier Solana, è in viaggio per partecipare, il 5 agosto, ad una fase cruciale dei lavori. Il primo passo verso l'accordo definitivo è un intesa sulla riforma delle forze di polizia: dovranno essere maggiormente rappresentative della realtà etnico – territoriale, in pratica ci saranno più albanesi che in passato. Intanto però il clima non accenna a migliorare: "Rischiano di fallire i negoziati sul futuro della Macedonia tra i partiti slavi e quelli albanesi. Gli slavi hanno chiesto la fine immediata della lotta armata da parte dell'Uck." (Corriere della Sera – 7 agosto 2001).Adesso probabilmente l'Uck poteva considerare soddisfatte le condizioni che aveva messe alla consegna delle armi, e la missione Essential Harvest si doveva considerare sul piede di partenza, ma come avrebbero potuto i partiti albanesi presenti a Ocrida assecondare le richieste di quelli slavi? Prima ancora della conclusione dell'accordo definitivo e dell'arrivo della Task Force Harvest si era aperto uno spazio di mediazione per la Nato. E in questa situazione che il 13 agosto si raggiunge finalmente l'accordo. Il perfezionamento dell'integrazione istituzionale degli albanesi è stato curato (quasi) nei minimi dettagli: innanzi tutto gli albanesi avranno diritto all'uso della loro lingua, che diventerà ufficiale a fianco di quella macedone, nelle aree dove superano il 20% della popolazione, nonché in Parlamento, col risultato che ci saranno testi di legge nelle due lingue di Stato; inoltre ci sarà un cambiamento nel preambolo della costituzione, l'espressione "cittadini della Repubblica di Macedonia" sostituirà quella di "nazione fondata dalla popolazione macedone che comprende minoranze…" La parte militare però, come vedremo meglio in seguito, non è del tutto rassicurante.
Ci sono stati scontri anche dopo la firma dell'intesa, neanche troppo dietro le quinte come abbiamo visto, per l'appunto mentre la Brigata Sassari prendeva tempo ad arrivare a Camp Italy. Il via libera alla missione Essential Harvest arriva il 22 agosto, sarà la prima missione del tutto europea senza ombrello statunitense: 3500 militari Nato, tra i quali 450 italiani (750 se si conta anche il sostegno logistico). In Macedonia la raccolta delle armi è iniziata il 27 agosto, a Otlia. Quali sono le armi che l'Uck ha deciso di deporre e costituiscono veramente tutto l'arsenale dei ribelli? I militari della Nato hanno il compito di raccoglierne 3300 ma il governo di Skopje alza il tiro, ce ne sarebbero 80 mila, circa 20 volte di più. Fin qui si può avere un'unica certezza: che per ogni mitra la Nato pagherà 150 milioni di lire, ammesso che la permanenza della missione sia di un mese come previsto. In questo momento quindi dobbiamo procedere con passo deciso, consapevoli dei rischi, altrimenti ci potremmo trovare ad affrontare una situazione di Peace - Enforcement anziché di Peace - Keeping. E allora, anche se ormai, dopo il Kossovo, le tattiche dell'Uck non dovrebbero esserci del tutto sconosciute, potremmo avere qualche difficoltà a concludere positivamente la missione. (39798 bytes)
Basta pensare alle perplessità espresse da Putin sull'esito delle operazioni e sulla mancanza di una autorizzazione da parte dell'ONU. I difetti dell'accordo del 13 agosto, in particolare il problema dell'assenza di indicazioni sulla questione dell'amnistia per i guerriglieri dell'Uck che avessero commesso crimini di guerra, in fondo sono trascurabili. Ciò che invece richiede tutta la nostra attenzione è l'ipotesi di un prolungamento della missione Essential Harvest di cui si è cominciato a parlare a partire dal 30 agosto quando a Skopje si sono incontrate delle resistenze alle riforme della costituzione perché i nazionalisti, il cui voto è determinante per raggiungere il quorum dei due terzi del Parlamento, annunciavano per l'indomani una manifestazione degli slavo – macedoni cacciati dalle province del nord. Non dobbiamo dimenticare che quando Mussolini faceva la Grande Albania, nel 1941, cioè quando finalmente quella grande nazione che non è mai esistita se non come idea (vedi cartina 2) fu riunita in una sola forma statale, c'era già il problema di intendersi per sottrarre a contrabbandieri e trafficanti di varia specie le vie di comunicazione transfrontaliere. La Macedonia si preoccupa che non capiamo.

11 settembre 2001

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