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La dignita offesa:storia minima nell'era della Fallaci
di Andrea Lambiase Email


Scrivo in un momento in cui la bomba dell'indifferenza lacera la memoria e la dignitą stessa del mio popolo, consuma in un rogo a Marsiglia, a Strasburgo e chissą dove altro, il credito di sangue e sofferenza che quello stesso mio popolo ha accumulato (commercianti per natura..direbbe qualcuno) in secoli di rabbioso silenzio di fronte alla morte e alle vessazioni. Non coltiviamo quel rancore, non č necessario perchč fissato per sempre nella memoria collettiva europea dalle forme gelide dei cancelli di Dachau o dalle volute barocche dell'ingresso del Ghetto di Roma, ma ugualmente in modo testardo, vogliamo sopravvivere ai tempi, e soprattutto, sopravvivere a noi stessi.
Diceva Franz Rosenzweig che gli ebrei non sono una unitą culturale, religiosa o politica, ma una unitą di destino, e in questo principio trascendente di identitą si misurano esattamente i limiti stessi della forza di questa cultura, cioč l'appartenenza che esclude l'altro con un'arma peggiore della violenza, l'indifferenza serena verso il goy, verso l'altro da sč.

Il ricatto mortale cui non voglio mai pił piegarmi, lo dico anche a Lerner, č quello dell'impossibilitą di vivere al di fuori delle mura del Ghetto, pena la perdita della coscienza, o peggio, di quella malintesa unitą di destino che apparentemente ci lega tutti alla medesima sorte, e di riflesso lega l'umanitą stessa alla sorte del nostro popolo in quanto portatore di un messaggio di salvezza che diviene universale. Lo scontro che in questi giorni sta assumendo forme apparentemente teologiche, in realtą a ben vedere ha radici parzialmente differenti. Quando Lerner afferma che il kamikaze bestemmia il Corano, afferma il vero: ciņ che forse bisognerebbe leggere tra le righe del gesto omicida-suicida č che la distruzione biologica di sč ha una forza intrinsecamente laica..č una bestemmia consapevole al cielo, ai numi agli dei, č la bestemmia assoluta del disperato che squassa il cielo e compie il gesto assoluto, la liberazione di sč dalle catene e dalla sofferenza di un popolo senza terra nč diritti, che grida non solo al mondo, ma anche al proprio Dio, che l'uomo č davvero, come diceva Nietzsche, pura dinamite.

Dall'altra parte si bestemmia la stessa sofferenza nelle forme esasperate di un militarismo e di un legame sangue/terra che solo l'orribile fossato della Shoah trattiene forse dal definire simile al nichilismo della destra estrema europea, ma che nella sua paradossalitą, rappresenta anch'esso una bestemmia urlata al cielo, da parte di un popolo anch'esso resistente, questa volta non contro un invasore percepibile, ma contro la stessa lacerante violenza del proprio essere unitą di destino.
Solo forzando la logica comune, dunque, si ritrovano spazi comuni di comprensione fra due popoli; solo se si ascolta con attenzione il rombo sordo della bestemmia disperata, della lotta che da teologica, diviene antiteologica, di una guerra di annientamento di sč prima ancora che dell'altro, allora si percepisce che dietro le litanie degli imam e il kaddish dei rabbini, parla con forza una sola voce di comune disperazione che diventa quel furore che distrugge, e non alimenta, le icone dell'appartenenza religiosa.

Mi ripugna vedere come l'opinone pubblica europea riesca ancora una volta a dare il peggio di sč, rivendicando dall'alto della sua intelligenza critica (mai autocritica) la necessitą di reinventare nuove appartenenze politiche che si riempiono poi dei contenuti della lotta in corso, e sconvolgendo peraltro le stesse posizioni acquisite in decenni di riflessione culturale sui temi. Cosģ assistiamo increduli allo slittamento politico della sinistra verso l'unilateralismo palestinese, e ancor pił stupefatti all'uguale e opposto slittamento di coinvenienza di certa destra verso l'unilaterlaismo israeliano. Assistiamo cosi al depauperamento, allo svuotamento di senso di tutta quella tradizione del sionismo democratico che nella nascita di Eretz Ysra'el aveva prefigurato la possibilitą di riscatto politico e sociale per il mondo,attraverso le forme della cooperazione sociale, della uguaglianza dei consociati (arabi o israeliani) e della tolleranza verso i vicini (espressa chiaramente nella costituzione di ysra'l).

Il peso di questa tradizione appare oggi schiacciato dai due vasi di ferro dello scontro armato tra identita in lotta, in medio oriente, e lo scontro ben piu patetico e meno drammatico, in europa, tra identitą politiche da ricostruire, anche attraverso l'utilizzo pił o meno consapevolmente meditato, di ogni bandiera che si presenti come possibilitą di aggregazione anche momentanea, anche apparente. Per questo io mi rifiuto di perpetuare ancora la logica dell'appartenenza coatta, perchč ho smesso da tempo di credere che le chiavi che chiudono le porte dei ghetti siano sempre e solo nelle mani degli altri, quelli che in dialetto giudaico-romanesco, con sottile e amara ironia venivano definiti "quelli de fora", cosģ come ho smesso di credere da tempo che le chiavi del nostro destino siano semplicemente nelle mani di chi crede di pulire la bandiera dell'identitą dalle macchie di sangue di Tel Aviv, lavandola con il sangue di Ramallah.

20 aprile 2002

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