Il Laboratorio

Numero 0 - 28 dicembre 2000

Lo stato sociale, la flessibilita' e la nuova Europa
di Giovanni Di BartolomeoEmail


Recentemente il modello economico europeo sembra essere entrato in crisi. Si assiste un po' ovunque a richieste di cambiamento. Si invoca maggiore flessibilita' nel mercato del lavoro, lo smantellamento dello stato sociale e lo stretto controllo dell'inflazione e del debito pubblico.

Tali richieste sono spesso supportate da argomentazioni astratte, come i rischi di corruzione legati alla gestione pubblica dei beni, e da circostanze di fatto di varia natura quali, ad esempio, l'alto tasso di disoccupazione e l'aumento dell'invecchiamento della popolazione. Le critiche, tuttavia, non fanno mai riferimento alle controindicazioni delle politiche alternative, spesso implicitamente, proposte.

In questo articolo, dopo aver evidenziato le radici delle richieste di cambiamento, discuteremo brevemente di alcune delle controindicazioni della flessibilita' e dello smantellamento dello stato sociale quali soluzioni agli odierni problemi europei. Tale discussione non e' esaustiva dei pro e dei contro legati a tali argomenti, tuttavia, evidenza quanto il dibattito sia piu' complesso di come venga generalmente presento.

Il primo punto da chiarire riguarda il perche' si discute tanto di riformare un sistema che per molti decenni non e' mai stato, piu' di tanto, messo in discussione e chiarire che tale sistema non sia – come spesso di sostiene – la causa prima dell'attuale alto tasso di disoccupazione.

Gli elevati tassi di crescita del dopoguerra hanno, infatti, permesso alle economie industrializzate un generoso sistema di stato sociale (incluso il sistema delle pensioni "pay and go" ossia le pensioni odierne sono pagate con i contributi dei lavoratori odierni); il contenimento della disuguaglianza; e il mantenimento dell'obiettivo del pieno impiego. I tassi elevati derivavano del recupero dell'economia del suo sentiero di crescita secolare da cui questa si era largamente spostata a seguito degli shock negativi rappresentati dai due conflitti mondiali. Questi tassi erano quindi, per quanto riguarda lo sviluppo economico del capitalismo, un fenomeno "non normale" bensi' eccezionale e transitorio.

Negli ultimi quindici anni i tassi di crescita sostenuti sono gradualmente venuti meno essendo l'economia tornata nella sua posizione "normale" di crescita. Cio' ha reso, nel tempo, il vecchio sistema finanziariamente insostenibile.

Il fenomeno e' descritto abbastanza bene dalla seguente figura (tratta da Toniolo e Craft: "Economic growth in Europe since 1945", Cambridge University Press, 1996). La linea piu' irregolare rappresenta l'andamento osservato del reddito nazionale pro capite dall'unita' d'Italia in poi, le altre due curve rappresentano due linee di tendenza.

 

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Fonte: Crafts e Toniolo (1996).

Il nuovo problema e' stato affrontato in diversi modi. Da una parte e' stato attuato l'abbandono "forte" dello stato sociale e sostenuta la flessibilita' (negli Stati Uniti), dall'altra e' stato abbandonato l'obiettivo del pieno impiego attuando parallelamente un ridimensionamento "debole" dello stato sociale (in Europa).

L'idea di fondo che, implicitamente, sorregge flessibilita' e lo smantellamento dello stato sociale e', quindi, l'applicazione del modello Nord Americano all'Europa. L'America ci viene un po' velatamente proposta, come veniva proposta ai nostri potenziali emigranti immigrati negli anni trenta, come la soluzione di tutti i nostri problemi di cittadini europei.

Ma la flessibilita' e la liberalizzazione sono davvero le soluzioni di tutti i problemi?

Sul primo punto, la Confindustria, ma non solo, sembra essere sicura. Invoca che "la flessibilita' non si fermi". La flessibilita' e' vista come la chiave di volta in grado di risolvere – quanto meno parzialmente – il problema della disoccupazione.

Negli Stati Uniti la concorrenza e', infatti, una potente forza che fa si che nei mercati le risorse si allochino velocemente verso i loro migliori usi. Questo garantisce alti tassi di attivita' e bassi tassi di disoccupazione.

I sostenitori di tale via tacciono, tuttavia, sulle sue contro indicazioni. Negli Stati Uniti, e' cosa nota agli economisti forse meno ai politici, la disuguaglianza e' cresciuta del trenta per cento negli ultimi quindici anni e questo processo non sembra mostrare alcuna tendenza ad arrestarsi.

La "grande flessibilita'" americana fa si che le imprese possano rapidamente aggiustare la produzione in funzione della domanda, licenziando e assumendo senza costi, ma, contemporaneamente, crea una classe di lavoratori confinati ai cosiddetti "bad jobs". Lavoratori che sono si occupati, ma con lavori precari e mal pagati. Tale fenomeno in Europa e' presente, in larga misura, solo nel Regno Unito, l'unica nazione europea che ha abbracciato il modello americano.

La questione della disuguaglianza non e' un problema da sottovalutare come ha rilevato il Nobel per l'economia Prof. olow. Negli Stati Uniti, economisti del lavoro come Katz, Loverman e Blanchflower parlano del sorgere della nuova "class of working poor", termine inquietante quanto quello di disoccupati.

La seguente figura e' abbastanza eloquente nel descrivere la crescita della disuguaglianza negli Stati Uniti (tale figura e' stata calcolata per il periodo 1963-89, negli anni successivi il fenomeno non ha mostrato una tendenza ne' a stabilizzarsi ne' a diminuire). Si vede abbastanza nettamente come i salari piu' alti (linea superiore) siano cresciuti rispetto a quelli mediani (linea centrale) mentre quelli piu' bassi (linea inferiore) si siano allontanati da questi ultimi.

 

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Fonte: Juhn, Murphy e Pierce (1993).

Studi dell'OECD a di economisti, quali Bertola, Blau e Rogerson (solo per citarne alcuni), mostrano che tale tendenza e' pressoche' sconosciuta ai paesi dell'Europa continentale. Tuttavia, con specifico riferimento all'Italia, i pericoli legati agli effetti del recente sviluppo della flessibilita' sono sotto gli occhi di tutti. Situazioni normali, e non marginali, di lavoro precario, se non addirittura gratuito, sono, infatti, in forte crescita in tutto il paese.

In Europa la compressione della distribuzione dei redditi e' stata garantita anche dal minore ridimensionamento dello stato sociale che ha permesso, comunque, maggiori redditi ai disoccupati in forma di sussidi o minori costi per prestazioni fornite dallo stato; di conseguenza la maggiore rigidita' del mercato del lavoro e', in quest'ottica, parente stretta dello stato sociale.

Queste prestazioni a costi minori fornite dallo stato, inoltre, spesso non implicano un'inefficienza nella loro produzione, ma il contrario. Il ridimensionamento dello stato sociale, infatti, non implicherebbe una riduzione della spesa che la collettivita' sostiene per procurarsi le prestazioni corrispondenti, ma una diversa distribuzione di queste. A parita' di prestazioni tale spesa tenderebbe, invece, ad accrescersi quando queste fossero fornite in un regime privatistico e su base volontaria, perche', contrariamente alla visione comune (e questo e' un altro punto su cui spesso gli specialisti tacciono), lo stato sociale costituisce un modo notevolmente piu' efficiente del mercato di provvedere al soddisfacimento di certi bisogni (i cosiddetti beni pubblici).

La riduzione della spesa che si avrebbe in un regime privatistico sarebbe unicamente legata alla riduzione delle prestazioni che i prezzi di mercato, per i beni pubblici, piu' elevati garantirebbero. In altri termini, attraverso un incremento della disuguaglianza.

A questo punto, il lettore noti che la causa degli odierni tassi di disoccupazione elevati non e' la mancanza di flessibilita' oppure l'esistenza dello stato sociale, ma il diverso contesto economico in cui oggi ci troviamo. L'introduzione della flessibilita' e lo smantellamento dello stato sociale, quindi, sono la medicina per la disoccupazione solo se siamo disposti ad accettarne le controindicazioni.

In ultima analisi, l'adesione o no a quello che possiamo chiamare "modello americano" dipende un po' da come vogliamo sia il mondo in cui vivere. Tuttavia, prima di accettare o no una soluzione sarebbe meglio analizzare bene cosa questa implichi e quali siano – e ve ne sono, ma la loro descrizione e' al di fuori della portata del presente scritto – le possibili alternative.

Questo articolo, come gia' detto, non e' esaustivo del problema come non lo e' nel descrivere i pro e i contro della flessibilita' e dell'abbandono dello stato sociale, ma questo non e' nemmeno il suo scopo. Il punto che intendiamo sottolineare e' che in questo momento di grande fermento nella determinazione delle istituzioni, che dovranno governare un'Europa finalmente unita, e' necessario, a livello nazionale e internazionale, un pacato dibattito che consideri il problema europeo nella sua interezza e, soprattutto, al di fuori degli interessi particolari dei singoli partiti al fine di assicurare un maggiore benessere futuro per tutti in un nuovo modello europeo – quale che sara' – tutto da inventare.


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