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carlo moretti (26/11/2004)

sinceramente non ho ben capito cosa si intende per mobilitazione occidentale di massa, nonostante tutto vorrei soffermarmi sugli interrogativi proposti da andrea.

contro chi? bè contro chiunque una mobilitazione di massa non può che avere caratteri generici e generalissimi, non per questo non è detto che non risulti "positiva" tanto più quanto riesca ad essere davvero mobilitazione e davvero quanto più possibile di massa, cosa che è difficilmente accaduta in passato e molto più difficilmente può accadere oggi nel tempo del nostro mondo.

a favore di chi? a favore nostro, della nostra parte, intendendo con nostra quella parte che la mobilitazione stessa potrebbe essere utile per raffigurare appunto come nostra.

chi si dovrebbe mobilitare? tutti queli che si scopriranno parte propria porzione riconoscibile, anche se in ciò mi pare evidente la contraddizione con il principio di mobilitazione di massa...comunque di contraddizioni si è sempre vissuto, lo si può continuare a fare.

la benzina? di quella ne abbiamo quanto ne vogliamo sempre che la si consideri indispensabile...




carlo moretti (01/10/2004)

abbiamo rapito le due simone!!! le rilasceremo e potranno tornare in iraq solo dopo la fine della brutale occupazione americana, quando quel burattino di allawi sarà scacciato ed il popolo iraqueno sarà libero sotto la quida di qualche figlio di maometto, fino ad allora resteranno prigioniere in italia paese al soldo dell'impero americano....




andrea lambiase(30/09/2004)

si parla con troppa leggerezza di mobilitazione occidentale..qualcuno dovrebbe spiegarmi:

a) contro chi (visto che nel secolo della integrazione culturale e delle informazioni è più facile dividere un catino d'acqua in due che un mondo in differenti civiltà)

b) a favore di chi (per le stesse ragioni più una:che le categorie di bene e di male si sono dissolte o meglio formalizzate nel diritto sull'altare della secolarizzazione-il che per me non è un male-e scusate il gioco di parole)

c) chi si dovrebbe mobilitare (visto che la società dell'informazione permanente è permanentemente mobilitata contro qualcuno o contro qualcosa)

d) se nonstante tutto ci si mobilita, chi ci darà alla lunga la benzina per i carri armati

saluti
Andrea Lambiase




gianni ruope (ve)(23/09/2004)

dobbiamo imparare a combattere, mobilitazione occidentale di massa!!! questa ci serve.




mario managò (14/09/2004)

scrivete che finisce la leva militare ma voi lo sapete che in data odierna mi è arrivato il precetto?? ho 21 anni studio all'universita e per un esame andato male devo partire!!! che bellezza!!

La risposta della Redazione de Il Laboratorio:
Caro Mario,
la legge che stabilisce la fine del servizio di leva obbligatorio non ha decorrenza immediata, ancora qualcuno nei prossimi mesi sarà chiamato a partire, buon pro vi faccia!!! Il militare lo hanno fatto in tanti, puoi farlo anche tu, e poi se proprio non volevi fare il militare avresti potuto iscriverti nelle liste del servizio civile.
Comunque sia ti giunga il nostro più caloroso saluto, con l'augurio che tu possa servire la Patria nel modo migliore possibile e naturalmente continuare i tuoi studi, siamo certi che l'esperienza renderà il tuo spirito più gagliardo e pronto a nuove disfide... scusaci l'ironia, in bocca al lupo




luigi cerchia (26/07/2004)

caro vincenzo,

"La ragione sta a Dio oppure al carro armato di ultima generazione? Da Bush o dal popolo sovrano disatteso?"

a dio non di certo. riguardo a bush credo valga la pena ricordare che il presidente degli stati uniti d'america è democraticamente eletto ed incarna proprio e solo per questo la sovranità popolare. Quanto poi questo singolo presidente sia fattivamente capace nel suo operare di corrispondere alla volontà popolare lo vedremo fra qualche mese.

certo la ragione non sta a dio anzi spesso le ragioni di dio diventano strumenti ed armi di terrore per gli uomini. di guerre sante ne abbiamo viste tante ne vedremo ancora, non stiamo qui a cianciare di contestualità rispeto alle crociate o di interessi celati sotto l'ideale religioso, certo sono entrambi fattori importanti realtà concrete, tanto quanto il fatto che la religione, il dogma, qualunque esso sia se diviene istituzione può essere anche motivo di lotta, di guerra e di distruzione.
la religone è pensiero violento, lo dico, me lo si lasci dire, senza voler attribuire a questa asserzione nessun connotato valutativo, solo argomentativo e constatativo.




fabrizio (05/07/2004)

alla ricerca del vero. lo sforzo non può che essere volontà di pace!!!




a. lambiase (09/06/2004)

il mondo è bello perchè è avariato...caro antonio! e quindi ormai c'è posto anche per celtici della bassa, fascisti e cattolici filo terroristi.. ma a parte questo, direi che si dovrebbe cominciare quella famosa discussione di cui qualcuno aveva accennato e alla quale io ho dato disponibilità di confronto... ma chi ha lanciato il primo sasso dovrebbe assumersi l'onere di cominciare..noi siamo qui in ascolto!




antonio (29/05/2004)

aho, ci so ancora i fasci in circolazione pensavo che avessero lavato tutti la camicia nera con la varicchina.....




Beppe Donia (27/05/2004)

sommessamente ricordo a me stesso che il busto di Michele Bianchi, alla cui memoria tutti noi, che riteniamo di riconoscerci in un Ideale,siamo certamente debitori , precipuamente nelle Fede.
Siamo persino incapaci di indire una qualsiasi manifestazione culturale, storica,persino reducistica, che venga indetta oltre i cento metri dalla comoda poltrona della ns abitazione.
Camerati, in piedi, sull'attenti , Onore ai Caduti , Onore a Coloro che senza tentennamenti, hanno eretto una invalicabile barriera tra il nichilismo , il disonore , il panciafichismo, ed il gravoso fardello di proclamarsi Italiani.
Camerateschgi saluti.
Beppe Donia




antonio (27/05/2004)

cosa c'è dietro veramente all'11 settembre? io sinceramente non credo di saperlo, a cosa sia servito agli Usa ancora meno ....magari potete darmi una mano a capirlo.
Con curiosità




andrea lambiase (25/05/2004)

Interessante Marco..potremmo cominciare a dare un senso alla guerra di indipendenza coloniale e a fare un'analisi "accurata" del Federalist, il testo che ha ispirato l'ideologia libertaria e la costituzione americana nel XVIII secolo..lavoriamoci sopra e cominciamo...




Marco (18/05/2004)

Salve a tutti mi chiamo Marco e scrivo da Genova. Sono nuovo del forum e per essere sincero ho letto veramente poco dell'archivio per cui potrei anche ripetere cose già dette discusse e archiviate; me ne scuso in anticipo ma vorrei veramente capire da tutti voi, al di là delle fazioni politiche di destra o di sinistra, se veramente in generale si pensa o si crede che gli USA agiscano sistematicamenre per la pace e la libertà dei popoli oppure...

Vi chiedo se possibile di disancorarVi solo per poco dalle vostre appartenenze politiche e di lasciarvi andare in una sorta di confessione sulle reali ragioni che hanno spinto nella storia e continuano a spingere gli USA ad utilizzare le guerre come.... il "come" vorrei sentirlo da voi a partire ancor prima della Guerra d'Indipendenza in avanti fino ai giorni nostri.
Per il momento mi fermo qui e non proseguo.

Se qualcuno volesse seguirmi in questa lunga serie di episodi sospetti sarei felice di iniziare a parlarne seriamente, per arrivare a capire a cosa potrebbe esserci veramente dietro l'11 settembre 2001; a cosa invece sia servito agli USA non c'è bisogno di capirlo perchè lo stiamo vivendo tutti sulla nostra pelle e purtroppo lo dovremo continuare a vivere molto da vicino. Speriamo solo di non esserne fisicamente le vittime.

Un saluto a tutti.

Marco.




carlo pargiotti (14/04/2004)

grazie vincenzo. davvero di cuore.




Moretti (08/04/2004)

siamo tutti americani, il fondo di ferruccio de bortoli da voi riproposto al fianco delle prime pagine del 12 settmbre.
Ma siamo davvero tutti americani? è giusto considerarci tali? Rimangono tante troppe cose in sospeso, rimane uno sfondo di antiamericanismo radicato da sempre nel nostro paese, dalle molteplici e contrastanti radici, che ritengo complichi decisamente la necassità di una presa d'atto di quello che sta avvenendo intorno a noi. continuiamo ad arrotolarci su noi stessi, ad arrampicarci sulle nostre ragioni e contrapposizioni senza approfondirene le radici i motivi, e senza avere la possibilità di confrontarci su ciò che sta accadendo sulle nostre teste.
qualcuno lanciava un monito sulla vittoria di zapatero, quasi un invito, al di là della sua stessa valenza politica mi sembra un invito poco meditato, troppo influenzato da una visone di contrapposizione che nella sua semplictà è lontana, molto lontana, dall'essere utile a capire, a capirci.
zapatero e la riscossa della sinistra europea, una sinista che non esiste, che a zapatero affianca blair, che vittima di una cultura internazionale è incapace di fondarne il rilancio e continua ad essere "sacrificata" delle differenziazioni nazionali senza essere capace di promuovere qulla presa di coscienza generale di cui invece proprio la sinistra che non c'è dovrebbe essere motore immobile.




giuda (05/04/2004)

sotto ogni pietra, in ogni foglia, dentro ogni albero, nella vita di ogni uomo, nei sacrifici di un padre nelle sue mani, nelle speranze delle madri, nei sogni nella rabbia nell'ingenuità, nella spenzieratezza di qualsiasi ragazzo. nella vita quotidiana della gente normale, nelle stazioni deserte, sui treni di notte, nell'animo e nei pensieri cattivi nella stanchezza, nella rassegnazione, nella paura, nei sogni di una vita qualsiasi, in tutto questo si può vedere e sentire il cristo negli uomini di razza e religione diversa nei loro occhi nelle loro stesse speranze nelle debolezze e nella forza di ognuno, ma comunque lontano da templi che rigurgitano "pupazzi" utili, oggi come sempre, a raccogliere prebende, lontano dal potere costituto sul genuino sentimento degli umili, lontano dai fasti, dalle divise di un culto utilizzato connaturato imposto come potere.




alessandro (25/03/2004)

siamo in guerra? contro chi? come combattiamo? vogliamo davvero combattere? i nostri militari in giro per il mondo sono degli occupanti? sta nascendo un nuovo impero? l'italia è una provincia dell'impero?
quando toccherà a noi? la sinistra europea vuole disimpegnarsi dal medio oriente, perchè? multilateralismo? onu?......la destra è guerra-fondaia ed imperialista? multilateralismo? società delle nazioni? francia pacifista? germania pacifista? russia pacifista? stani uniti imperialisti? cinesi con gli occhi a mandorla? .........




andrea lambiase (18/03/2004)

Interrompo brevemente la discussione in corso con Antonio perchè come spesso accade la forza dei fatti supera e frantuma quella delle parole. L'europa ha subito un attentato devastante, e nello stesso tempo ha ricevuto con la vittoria ddi Zapatero una inaspettata carta da giocare sullo scacchiere internazionale.
Mettendo da parte le discussioni cialtrone sull'Islam padrone elettorale dell'Europa, direi che la elezione di Zapatero seppure maturata in un clima di violenza sorda e di terribile disperazione, era in parte nell'aria.
Era nell'aria perchè l'opinione pubblica spagnola rifiuta e rifiutava in blocco la logica della guerra prteventiva: era nell'aria perchè otto anni di aznarismo hanno inciso profondamente nei costumi e nella mentalità della spagna fino a trasformare la spinta modernista in spinta progressista, rifiutando quindi la logica centralista del pp e l'armamentario antiquato del turbocapitalismo che ha fatto la fortuna del primo Aznar.
Era nell'aria perchè il candidato del psoe ha parlato di Spagna "plurale", ha saputo cogliere gli umori profondi di un paese che con Felipe Gonzales aveva sognato il congedo definitivo dal franchismo, con Aznar aveva sognato la fine delle consorterie che avevano trasformato il psoe in un imbolsito collettore di clientele e denaro, ma che ora probabilmente ha interiorizzato il senso della democrazia così bene da poter tollerare anche una soglia minima di corruzione, ma non la rottura del Covenant, del patto, che lega governanti e governati.
Ecco, la fine di Aznar è legata alla rottura di questo patto, e solo incidentalmente gli attentati di Madrid lo hanno evidenziato: Al Qaeda. o chi per lei, ha solo mostrato il re nudo ai suoi sudditi: ma quel re, con tutto il rispetto, si era spogliato già da molto tempo.

Nessuno critichi Zapatero per la sua decisione di ritirare il contingente spagnolo dall'Irak: si può essere più o meno d'accordo sull'opportunità di farlo, ma certamente non si può accusare un premier di portare avanti il programma politico sulla base del quale è stato eletto dai propri cittadini. L'europa critica, l'europa "vecchia" di Rumsfield, quella di Chirac Schroeder e Prodi sta venendo fuori alla distanza, con una metafora ciclistica che il nostro Presidente della UE apprezzerebbe.
Ma inesorabilmente sta spazzando il campo dai dubbi e sta mostrando il vero volto della opinione pubblica europa: le elezioni comunitarie sono vicine...teniamone conto!




antonio (08/03/2004)

dunque pur essendomi ripromesso di non farlo torno ad intervenire sul forum scrivendo direttamente on-line, per cui mi scuso ma il mio intervento avrà per forza di cose un'impostazione decisamente discorsiva.
In primo luogo vorrei sottolineare che non credo affatto che la questione dei legami tra giacobinismo e storia d'Italia sia annosa, lo può essere per chi ha avuto modo di seguire ed approfondire l'argomento, ma credo che non sia per niente o quasi conosciuta e resa effettivamente palpabile, per quanto invece dovrebbe, ad una platea più larga e diffusa.
Anche questa mancanza secondo me non è casuale.

In secondo luogo non credo di aver frainteso la posizione di Andrea, almeno non completamente. Il nodo di fondo è che personalmente non condivido la corrispondenza tra illuminismo e giacobinismo.
Certo il secondo è figlio del primo non unico, però, tutt'altro.
Non solo non credo che i pregi del primo possanno essere traslati tout court sul secondo anzi, ritengo che che quest'ultimo nella assolutizzazione religiosa dei principi illuministi ne segni in un certo senso la sua negazione più coerente.

Ancora, non credo che si possano mettere su uno stesso piano, per quanto non neghi l'esistenza di legami tra loro, il giacobinismo e l'esperienza mazziniana, ne sinceramente ritengo si possano considerare su uno stesso piano tutt'insieme l'eredità politica del giacobinismo, dell'illuminismo italiano e del repubblicanesimo che a mio parere sono cose diverse e per certi versi contrarie.

Da questo non deriva da parte mia una volontà di condanna nè tantomeno un'impostazione sanguinaria nei confronti del giacobinismo e della sua eredità, non ho nessuna volontà di utilizzare strumentalmente il termine.

Mi sono limitato ad una osservazione a rilevare alcuni legami che secondo me esistono e sono molto più presenti ancora oggi di quanto non si pensi.

riguardo al partito d'azione bè concordo in linea di masima con Andrea mi dispiace solo che dopo più di 50 anni quello che ritengo essere un progetto ancora valido è lontano da poter essere perseguito ma questa come si dice è un'altra storia




andrea lambiase (01/03/2004)

caro antonio e cari tutti i lettori,
mi spiace per questa risposta in ritardo, ma spero e credo (e vedo anche) che anche i motori più logori, se hanno delle potenzialità di funzionamento, riescono comunque a ripartire, anche se è necessaria molta pazienza e qualche pugno ben sferrato..mi sembra il caso di questo forum e della rivista tutta..speriamo!!

Veniamo al punto..voglio affrontare in breve l'argomentazione di Antonio, e precisamente affrontare l'annoso problema del legame giacobinismo-comunismo.
Credo che scogliere questo nodo permetterà di affrontare con più chiarezza il tema, e evitare che la mia posizione sia fraintesa ancora una volta. Scriverò a breve, un intervento sulla questione, nel frattempo proporrei a Antonio di rivedere i nostri interventi ultimi e pubblicarli sul sito in forma di dialogo..potrebbe animare un dibattito più ampio..
la tesi che vorrei ribadire brevemente oggi è la seguente:esiste un legame più saldo tra giacobinismo e azionismo di quanto non vi sia tra giacobinismo e comunismo italiano.

Ho visto antonio citare Delio Cantimori, e i suoi spostamenti politici da fascismo a comunismo...vorrei ricordare sommessamente che non a caso il medium tra QUEeste due esperienze, per Cantimori, fu proprio la sua breve esperienza nel Partito d'Azione, che io personalmente considero non soltanto l'erede più diretto del giacobinismo italiano e dell'esperienza mazziniana, ma anche un insuperato esempio di decenza politica culturale e morale. Mi azzardo a dire: l'esperienza politica migliore del dopoguerra italiano. Credo sostanzialmente che nel partito d'azione siano confluite le migliori forze del progressismo laico non comunista e non socialista del nostro secolo, ed è questo partito, in ultima istanza, che può rappresentare più degnamente l'eredità politica del giacobinismo e dell'illuminismo italiano e del repubblicanesimo laico risorgimentale, ed è sempre l'esperienza (breve per necessità storica ma direi anche politica) dell'azionismo italiano che permette ancora di parlare serenamente di giacobinismo in termini meno trinariciuti e sanguinari di quanto normalmente avviene, soprattutto se si considera solo il comunismo come suo figlio legittimo.
Il comunismo italiano ha avuto la sua parte di ragione nel rivendicare i suoi natali illustri (anche se non sono pochi gli intellettuali comunisti che hanno storto il naso, come per esempio Spriano), ma credo ancor di più che una storia "dimenticata" come quella del partito d'azione potrebbe dimostrare come in realtà la storia politica di questo paese abbia seguito il suo solito corso: come il pensiero illuminista italiano è stato schiacciato tra i due vasi di ferro dei pensieri di massa cattolico e socialista, cosi da un punto di vista politico il partito d'azione rimase schiacciato inesorabilmente dalla logica del bipolarismo imperfetto pci/dc...come il psi sia riuscito parzialmente ad intaccare questo bipolarismo è altra storia sulla quale sarebbe piacevole confrontarci..
un affettuoso saluto ad antonio riccardo e a tutti i manzoniani "quattro lettori"




Joe (24/02/2004)

Ciao gente... Sono contento di avere finalmente trovato un sito capace di rispondere seppure in parte alle mie esigenze culturali... Seppure non sia estremamente curato nella sua veste grafica racchiude una vasta gamma di contenuti!

A Voi tutti i miei complimenti!!

Joe @...


antonio (11/02/2004)

solo per dire che rileggendo il mio intervento ho constatato la presenza di una punteggiatura improbabile e una serie di passaggi decisamente poco chiari un pò sgrammaticati. Chiedo scusa agli eventuali lettori, ma purtroppo tendo a scrivere direttamente sul pc, connettendomi al forum e curo decisamente poco l'aspetto espressivo dei miei interventi.
Con la promessa di provare ad essere più chiaro sempre che ci riesca ed in attesa della risposta di andrea un saluto.




antonio (10/02/2004)

Provo a riprendere il filo dall'intervento della volta scorsa.
Filippo Buonarroti dunque. L'amico di babeuf, organizzatore della congiura degli uguali, in lui molti decisero di trovare il punto d'incontro tra giacobinismo e risorgimento italiano, il punto di contatto tra rivoluzione francese e risorgimento italiano. Perche?
Non credo, lo premetto, che sia possibile negare l'influenza del giacobinismo nei moti rivoluzionari successivi alla rivoluzione francese ed anche nel nostro risorgimento, ma farne l'unico punto di riferimento mi pare francamente eccessivo, meglio strumentale.
Si perchè ad esaltare la figura del buonarroti, rintracciando in lui la radice giaconìbina del nostro risorgimento, rendendo così più agevole saldare il risporgimento italiano alla resistenza partigiana del secondo dopo guerra e creando tra questi un legame più forte di quanto non lo fosse stato tra fascismo e risorgimento, furono i comunisti, che ottenero in questo modo diversi risultati. In primo luogo una sorta di "appropriazione indebita" del movimeto risorgimentale italiano,in cui non avevano svolto alcun ruolo, di quella identità nazionale dalla quale erano decisamente estranei e di cui un partito di massa come il pci, in particolare dopo la svolta di Salerno non poteva più fare a meno.
In secondo luogo, l'appropriazione risorgimentale, attraverso l'esaltazione della sua radice giacobina, era strumentale per giustificare ideologicamente il terrore staliniano.
In entrambi i casi tale operazione non poteva avere come avversari ed ostacoli da una parte il borghese Mazzini repubblicano e democratico dall'altra il socialista rivoluzionario Garibaldi, quest'ulitmo per certi versi forse ancora più "pericoloso" del primo.
Esiste, dunque, un filo che lega storia e politica ed esistono anche diversi modi di svolgerlo questo filo.
Interessante, in queso senso, sarebbe la rilettura della biografia di buonarroti scritta da Bernstein e pubblicata dopo la seconda guerra mondiale in Italia da Einaudi, un'attacco frontale a Mazzini, l'uomo che avrebbe interrotto, secondo l'autore, il "corso sociale" del risorgimento, bloccato il radicamento delle idee sociali avanzate nel nostro Paese dal giacobinismo prprio tramite il Buonarroti.
Molti autori contribuirono a saldare il legame tra gicobini e risorgimento tra questi ad esempio Delio Cantimori, divenuto, come tanti (molti di più di quelli che ancora oggi si crede), comunista dopo essere stato fascista, secondo un percorso molto più naturale e coerente di quanto nel nostro paese non si voglia ancora "confessare".
Con lui, non si può non ricordare anche Armando Saitta l'uomo che più di altri ha difeso l'idea della genesi gicobina del nostro risorgimento, inserendosi tra l'altro in una corrente storiografica che ha travalicato di molto in nostri confini, dando al mito giacobino una dimensione tutta europea. Di certo un altro esempio lampante "dell'affetto" chiamiamolo così per il Buonarroti lo ha fornito un altro intellettuale comunista: il Manacorda che nella sua opera intitolata: "Buonarroti" nella quale non solo il giacobino Buonarroti è l'antesignano del nostro risorgimento, ma in quanto tale è addirittura l'antesignano del PCI, il simbolo, l'incarnazione del lagame tra il gicobinismo, lo spirito autentico della rivoluzione francese francese, e tutti i movimenti rivoluzionari del 800 e 900, il terrore, dunque, come matrice della rivoluzione bolscevica. Appunto.
Personalmente, per quanto possa valere, ho il legittimo sospetto che il nostro risorgimento sia stato rivoluzione politica, nazionale, non sociale e che comunque la sua unica propaggine in questo senso sia rappresentata dal garibaldi. Non solo credo che anche la rivoluzione francese non possa essere ricondotta alla sola matrice giacobina tutt'altro, ma ovviamente, è solo il mio parere.
Certo credo che l'eredità giacobina abbia segnato il '900, ne sia per certi versi la matrigna che, se la sua influenza non è stata prevalente nel nostro risorgimento, ha giocato però un ruolo importante nell'affermazione del totalitarismo, dello spirito, dell'etica, del credo comunista.
Ho anche il dubbio, pur rendomi conto dell'azzardo, che altri fenomeni ed attegiamenti culturali continuino, specie in italia, a rappresentare il lascito dell'influenza giacobina, in particolare un certo spirito barricadero più o meno marcato, unito al rivendicato ed ostentato diritto d'indignazione, al sottile piacere per la gogna, alla attrazione per la piazza, al compiacimento per una vantata intelighenzia superiore, tutti tratti caratterizzanti di una certa area e cultura politica.
Non solo, più a fondo, ritengo si che possa ritorvare un'eredità giacobina anche in quelle sghegge impazzite, in quei compagni che sbagliano, che hanno segnato la storia più recente del nostro paese, in quegli scacchi e tarocchi che a volte forse tentano di sopravvivere a se stessi. A mio modo di vedere facilitati in questo da un Paese in cui non si vuole ancora del tutto affrontare proprio quell'eredità giacobina imposta strumentalmente anche se non "totalmente".
Poi ci sarebbe da aggiungere di Genova di quelle giornate del 1960 e di quelle di pochi mesi fa, che forse a ben vedere non sono poi cosi diverse le une dalle altre, almeno nelle conseguenze, avute dalle prime e possibili per le seconde...ma è meglio non annoiarvi oltre.




antonio (29/01/2004)

Caro andrea,
ho letto più volte il tuo nuovo intervento sul laboratorio, le mie osservazioni al riguardo non potranno che essere inevitabilmente lunghe e probabilmente scandite in più interventi.
Mi permetto di sorvolare sulla questione di tangentopoli al cui riguardo continuo ad avere idee particolarmente articolate, per molti aspetti forse anche contraddittorie, sulle quali preferisco non soffermarmi per il momento.
Noto, invece, quasi con piacere che questo forum sembra essere diventato uno spazio privato, siamo rimasti soli!!! Su internat non è facile, non era l’obbiettivo che ci eravamo prefissi, ma confesso che la cosa è alquanto affascinante, il tutto assume una atmosfera discreta che facilita la riflessione. ci pone quasi fuori dal tempo. Dunque lasciando da parte le due pappine alla roma….
Per quanto riguarda la deriva semantica dell’attuale panorama politico italiano, la cosa, ti confesso, mi riguarda poco non lo seguo quotidianamente, non mi appassiona per niente, non mi coinvolge e non mi riguarda, non riesco a schierarmi. Quando qualche secolo fa il nostro continente fu incendiato dalle guerre di religione, ci fu qualcuno che tentò di resistere, di difendere le ragioni del confronto, il senso delle idee, il significato delle parole, il valore del dialogo, la necessità di riconoscersi vicendevolmente, fu disegnato così quel giglio nel nostro continente che ha rappresentato, a mio parere, una delle più importanti esperienze culturali e politiche della nostra Europa.
Con tutti i miei limiti, cerco dunque, di dare alle parole che uso il significato che credo debba essergli riconosciuto. Quando uso il termine giacobino non ho, quindi, nessuna intenzione di calarlo nel panorama di scontro strumentale a cui siamo in questi strani tempi sottoposti.
Al riguardo, nello specifico, non credo che il giacobinismo abbia soffocato in culla i germi liberali, al contrario penso che ne sia stato sconfitto, questo almeno in quella Europa che sarebbe diventata in varie forme liberal-democratica, nell’Europa dello stato di diritto, che con tutti i suoi difetti, è comunque cosa altra da quella parte d’Europa in cui si è affermato invece, almeno per alcuni anni, lo stato etico questo a mio parere,anche in virtù di una più forte affermazione proprio dell’eredità gicobina.
A questo punto confesso la mia ignoranza non avendo letto ne adornato ne horkheimer. Credo però che i segni della eredità giacobina nell’affermazione dei totalitarismi del 900 in particolare di quello comunista siano piuttosto evidenti. E credo che proprio con una lettura attenta di alcuni passaggi della storia e delle storiografia italiana si possa rintracciare questo “tremendo lascito” questo legame. Mi riferisco ad esempio a Filippo Buonarotti alla sua figura ed al peso che questa ha finito per assumere.
Ma per ora mi fermo qui di neuroni ne ho già pochi il mestiere che faccio anzi il lavoro, magari fosse un mestiere, mi costringe spesso a non usarli e quando sono costretto a pensare a riflettere vado molto presto in affanno. Con la speranza di riprendere presto una forma adeguata, al confronto.
Un caro saluto antonio

ps non capisco lo dico sinceramente poi il legame così netto che andrea pone tra bonapartismo e giacobinismo così come non credo di concordare a pieno sull'identificazione completa del codice napoleonico con il giacobinismo di cui senz'altro non volgio negare l'impronta, ma nel quale credo si possano notare anche elementi e tendenze per così dire più vicne alla gironda, ma su questo proverò ad essere più chiaro in seguito.




andrea lambiase (15/01/2004)

carissimo antonio, tanto per rimanere nelle note di servizio: 1) ogni tanto dammi il piacere sottile e soave di sentire al tua voce per telefono..

2) tutto ti è perdonato, in virtù del doppio 2 a 1 inflitto alla Roma..

Detto ciò, e esaurite le note di servizio, chiarisco qualcosa che forse nel mio precedente intervento ho lasciato troppo on ombra, e di conseguenza probabilmente fraintendibile.
Ritengo doveroso richiamare l'attenzione sul termine "giacobino" che nel dibattito politico attuale ha assunto un significato a dir poco mefistofelico, tacciato irrimediabilmente dallo stesso marchio rovente che ha bollato altri termini politici del novecento ed altre ideologie a tutti noi ben note. Innanzitutto ci sarebbe molto da discutere a proposito di un dibattito politico nel quale le definizioni vengono usate come clave, in cui la differenza semantica tra l'essere affiliato ad uno schieramento avverso e l'essere strumento più o meno consapevole del male è talmente sottile da non lasciar presagire alcuna speranza di dialogo e di equlibrato confronto tra gli schieramenti. Credo che questa deriva semantica dello scontro politico, l'utilizzo della appartenenza politica altrui come offesa sia uno dei lasciti più terribili della stagione giudiziaria di Tangentopoli, che io credo andrebbe analizzata anche e soprattutto da un punto di vista culturale e politico.

Da un punto di vista strettamente culturale, Tangentopoli ha impresso nel comune sentire dell'opinione pubblica italiana la convinzione che non ci fosse più una distinzione netta e evidente tra le appartenenze: che non si potesse in sostanza assolvere la coscienza e rinvendicare l'umanità di una persona che nello stesso tempo venive deprecata come personaggio: un maccartismo al contrario, forse, un enorme bagno collettivo delle coscienze durante il quale chi ha rischiato di affogare o è effettivamente affogato è stato considerato meritevole della fine che stava facendo.
Ne è scaturito non solo la fine di una classe dirigente che non aveva alcun ricambio, ma anche e forse una terribile antropologia di massa per la quale il legittimo disgusto per la corruzione dilagante andava necessariamente accorpato con un assolutamente illegittimo disgusto per la persona fisica e per le appartenenze politiche. Il risultato? Insieme a tanti dirigenti di primo o secondo piano della nostra Repubblica, sono affondati in un comune destino anche le appartenenze politiche,e peggio ancora, l'idea stessa della politica come "mestiere dei mestieri", cioè l'unico mestiere, l'unica arte che mirando al bene colettivo può coordinare tutte le altre attività umane, che per definizione sono volte invece alla tutela dei beni individuali, del proprio nucleo familiare, della propria azienda: come stupirsi poi se viviamo in un'epoca nella quale è saltata ogni differenza tra tutela dei beni pubblici come beni di tutti, e tutela dei beni individuali come potenzialmente pubblici? (secondo il vecchio refrain "se faccio del bene a me stesso lo faccio anche a tutti gli altri). Qualcuno dovrebbe rendere e rendersi conto che non si può soffocare il proprio figlio e poi piangere perche non si hanno nipoti...

Ma torniamo al punto in questione: il caro Antonio ha centrato un nodo essenziale del problema:il giacobinismo come religione laica, secondo lui, ha avuto in fondo lo stesso ruolo universalista e totalizzante che le concezioni teocratiche dello stato e dell'europa hanno avuto prima della grande rivoluzione, aprendo di fatto le porte ai totalitarismi e soffocando in culla i germi liberali che poi hanno creato l'attuale europa dei diritti.
Tesi affascinante,che peraltro viene espressa con molta chiarezza da Adorno e Horkheimer nel celebre "Dialettica dell'Illuminismo", nel quale si arriva a collegare direttamente la ragione pubblica totalizzante alla Rousseau con la deriva totalizzante razionl tecnologica dell'europa dei primi del novecento, e quindi, per questa via, alla disooluzione della ragione che diventa "strumentale" e alla barbarie nazista e stalinista, che distrugge l'utopia occidentale del progresso infinito. Questa tesi è affascinante, ma secondo me andrebbe tarata certamente per periodi storici differenti..
credo che la distanza tra giacobinismo (non il periodo del terrore, certo) e bonapartismo da una parte, ed eccessi totalitari del novecento sia abbastanza netta, e credo d'altro canto che una delle matrici originarie più importanti dell'europa come unione di diritti stabili e valevoli erga omnes, sia sicuramente da rintracciare proprio in quel codex napoleonicum che valeva per tutti le parti dell'impero cancellando assurde iniquità locali, e che guarda caso traeva ispirazione dai codici di leggi amministrativi che la repubblica francese impose in tutti gli arrondissements e successivamente a tutte le repubbliche rivoluzionarie che venivano creandosi in europa: non ultima..la nostra repubblica cisalpina. Aspetto vostre notizie e ultriori spunti..vorrei scrivere ancora, ma rischierei di essere mandato (e giustamente, in questo caso!) sul satellite... a presto




antonio (13/01/2004)

visto che ci sono meglio esagerare.
Non avevo visto il messaggio del signor morelli e anche se con "fetido ritardo" provo a rispondere.
La ricostruzione della questione palestinese si ferma agli anni 70 perchè ho tentato per quanto possibile di evitare un approccio o comunque lo sviluppo di un atteggiamento anche nei lettori troppo partecipato. Sinceramente trovo, come dire, a dir poco disdicevole che su una questione del genere si possa "tifare" schierandosi appassionatamente per una o per un'altra parte argomentando opinioni e divagaziaoni di ogni sorta. Lasciare la ricostruzione ferma nel tempo, ad un pò di anni fa ,rende il tutto, per quanto possibile, meno emotivo e partecipato sentimentalemente in un certo senso più fermo meno stumentalizzabile dalle nostre buone e sempre convintissime opinioni.
infine aggiungo che ho titolato quei pezzi la questione palestinese dopo averci riflettuto molto, non per dare centralità e rilievo alla parte palestinese ma solo perchè è lo stato palestinese a non esistere, anche se, sono convinto che la sua creazione non risolverebbe comunque del tutto il problema visto che diverse minoranze arabe e comunque la totalità dei movimenti terroristici palestinesi più che puntare alla conquista di uno stato palestinese lavorano per la distruzione di quello israeliano.




antonio (12/01/2004)

come al solito Andrea sorprende, torno sul laboratorio dopo un bel pò di tempo e lo trovo intento a dialogare con non so chi con una lucidità ed un impegno che confesso mi mette decisamente in imbarazzo.
se avessi o sapessi prendere esempio da lui probabilmente il nostro progetto intrapreso qualche anno fa oggi sarebbe decisamnete più avanzato.
devo dargliene atto e nonostante la sua fede laziale riconoscergli qualla serietà che io non ho saputo esprimere.

fatta la doverosa nota di servizio, mi permetto di non essere d'accordo caro Andrea su un trattino : quello che unisce riguardo alla questione delle radici il termine laico a quello giacobino.
Se certamente l'esperienza giacobina segna una fase ed un momento per molti versi determinante per lo sviluppo europeo, non credo che il giacobinismo ne possa rappresentare una delle radici e, men che meno, che lo si possa affiancare al termine, alla cultura ed allo spirito laico. l'esperienza giacobina è stata, o meglio, ha corrisposto all'espressione di una religiosità dogmatica, magari civile, ma lontana ed opposta a quella cultra del dubbio che è fondamento di ogni spirito laico. L'affermazione del laicismo europeo è anche in risposta al rifiuto della religione giacobina che infiniti lutti addusse..in europa ed ai suoi confini.
le origini del diritto europeo se storicamente indubbiamente sono collegabili all'esperienza giacobina, ne segnano per diversi aspetti il superamento positivo. Fino all'89 (non francese ma sovietico) abbiamo combattuto la affermazione di una derivazione giacobina, l'Europa ne rappresenta o almeno dovrebbe il definitivo superamento.
lo spirito critico, la cultura del dubbio, la critica sociale, l'emancipazione individuale, la tolleranza e la fratellanza il moderatismo democratico o il riformismo progressista nelle loro diverse sfumature sono i tratti di un modello profondamente a-religioso non dogmatico e quindi credo profondamente antigiacobino.
con la speranza di riprendere il dibattito e di esserne all'altezza un sincero saluto




andrea lambiase (07/01/2004)

gentile signor Sandro, verrò subito al sodo cercando di rispondere alle due questioni che lei ha posto.
Parlando di Ofena, anche se sembra ormai quasi anacronistico confrontarsi sul nostro piccolo Saddam quando quello grande è stato catturato e peggio ancora mediaticamente sbugiardato, devo confessarle che il termine "messinscena" riveste per quanto mi riguarda un duplice significato. Innanzitutto mi è sembrato assolutamente fuori posto l'ambientazione e il personaggio: ci vuole una certa capacità teatrale per recitare una grande opera, cosi come credo che ci voglia un personaggio adeguato per portare avanti una serie di richieste e di istanze che indubbiamente hanno un loro peso e un loro significato, e sulle quali sarebbe stato opportuno riflettere. Invece è accaduto che un attore particolarmente inadeguato abbia recitato una piece valida, e che quindi la critica, tanto per rimanere in metafora, si è soffermata più sulla pessima recitazione che non sulla bontà del testo: in questo caso credo che le colpe siano da ripartire nella stessa misura tra critica e attore, mentree invece come spesso accade, si è scelto il bersaglio più facile: attaccare la piece teatrale,facendo quindi saltare completamente ogni possibilità di incontro e dialogo su un tema che prima o poi l' Europa dalle radici cosiddette giudaico-cristiane si troverà ad affrontare seriamente, cioè quella dell'innesto affatto spurio di altre radici, che in realtà sono presenti storicamente in Europa da almeno otto secoli.
Ricordiamo di sfuggita che nella cattolicissima e ereticissima Padova, la patria del laico Marsilio e del cattolicesimo più tradizionale, dello studio del tomismo cattolico e contemporaneamente delle traduzioni arabe di Aristotele, la terra dei disobbedienti di Casarini e dei movimenti neofascisti di Freda, esiste l'unica chiesa nella quale è possibile ammirare l'effige del grande filosofo arabo Averroè...

Ricordiamo, seppure di sfuggita, che nel nostro sud convivono gomito a gomito i grandi castelli di Federico II e gli antichi resti delle moschee moresche, etc etc..Queste sono cose che probabilmente Lei e tutti i gentili lettori conoscerete perfettamente, ma a volte una immagine, una visualizzazione artistica e per immagini di ciò di cui si parla in astratto, aiutano a comprendere meglio quanto siano palesemente contraddittorie le nostre presunte radici giudaico cristiane.

Peraltro, vorrei capire perchè nessuno ha fatto la doverosa menzione alle radici laico-giacobine dell'idea di Europa, che probabilmente, aldilà e oltre quelle suggestive legate al Sacro romani impero e all'idea medievale della res publica christiana, tratteggiano forse con più verosimiglianza le origini del diritto europeo laico e della unione europea come unione politica e di diritto: si eviterebbe probabilmente all'opinione pubblica il quotidiano bagno nella mistica dell'occidente cristiano e buono, e dell'Islam quasi buono, se non fosse per qualche Osama di troppo.. e forse si eviterebbero anche quelle sovrapposizioni pericolose tra fede e diritto, religione e politica, universalismo e cosmopolitismo, che il nostro buon Marsilio da Padova, tra gli altri, ha tentato di distinguere a beneficio delle generazioni future.

Stringatamente sulla seconda questione: non ho alcun dubbio che An stia intraprendendo da tempo un cammino di riconciliazione con le radici democratiche della nostra storia postbellica e si stia allineando alla rotta segnata dai grandi partiti conservatori europei: intendevo semplicemente far notare che lo slittamento dei valori politici sul piano del mero consenso è visibile laddove gli iscritti e i militanti di un partito restano freddi di fronte alle linee guida e alle strategie disegnate dai vertici di quello stesso partito: indubbiamente, il viaggio in Israele di Fini, anocrchè degno della massima lode e menzione per il suo significato storico e simbolico, sia stato dal punto di vista politico mal compreso dai militanti e da parte dei vertici di An: del resto i fatti mi hanno dato ragione, e la protesta nel partito è scoppiata veramente.

Detto ciò, spero di aver dato al forum ulteriori spunti di discussione, e di aver chiarito certe posizioni al gentile sig. Sandro




sandro (11/12/2003)

chiedo sinceramente scusa per avere usato il dott. prima del mio nome ma confesso di averlo fatto un pò per pudore visto anche il tono decisamente serioso del sito, sul quale mi permetto un breve critica circa la sua staticità.
ringrazio poi il sig.lambiase per la sua articolata e complessa risposa che indubiamente ha il pregio di offrire più che risposte strumenti di analisi. ho percepito una certa sofferenza nelle sue parole quasi disincanto e forse rassegnazione. devo dire che in parte è uno stato d'animo che capisco e condivido, sono disperso e disorientato per quella che avverto sempre più crescente mancanza di riferimenti di differenze , tutto sembra annularsi in una corsa continua manca la volontà o forse altro di confrontarsi con se stessi manca il coraggio forse dei contenuti, cosa determina il consenso? non lo so più ....
le chiedo però perchè in riferimento ad ofena ha usato il termine messinscena e cosa vuole dire rispetto ai sentimenti della base di an?
che sinceramente rispetto all'operazione politico culturale ed identitaria di fini non credo c'entrino molto.




andrea lambiase (17/11/2003)

gentile signor Morelli, mi spiace molto per questa più che tardiva risposta, ma come lei ben potrà immaginare esiste ancora ( e per fortuna, a volte) un incolmabile iato tra i tempi del virtuale e quelli del soggetto che nel virtuale opera, avendo a che fare però anche con la più pacata e illogica realtà.
Detto ciò lei ha ragione a definire cruciale il passaggio che stiamo attraversando: e i fatti di sangue di Nassirya e di Istanbul che funestano entrambe le mie supposte e sovrapposta identità, quella religiosa e quella civile e anagrafica, sono lì a dimostrarlo.
I concetti che ho cercato di esprimere in quel mio ormai datato articolo sono andato poco fa a rivederli, per capire se qualche elemento suonasse ormai stonato, e per cercare un pò di sollievo nel suo eventuale superamento: invece mi sembra purtroppo che quei concetti siano più attuali che mai, e che anzi qualche situazione sia andata pegiorando. Tra le tante, mi sembra definitivamente incrudelito lo scontro politico sul destino di Ysrael, rinforzato peraltro dal recente sondaggio Eurostat che in Italia (e solo qui, è bene ricordarlo) ha scatenato in combinazione con la farsa di Ofena, un putiferio. Così le identità politiche e storiche in questo paese si confondono e si mescolano in maniera indecifrabile, senza peraltro che vi sia un comune sentire tra la base che fonda e persegue i valori politici di riferimento, e i vertici, che talvolta sllittano rispetto a questi stessi valori, per lungimiranza o più spesso per mera opportunità elettorale o di coalizione: bisognerebbe per esempio fare una indagine sociologica approfondita sugli umori della base di AN nei giorni del viaggio di Fini in Israele, o gli umori della base di Rifondazione di fronte alla tristemente famosa manifestazione di qualche tempo fa con sedicenti kamikaze tronfi di fronte al ghetto di Roma.
In definitiva, ritengo che sarebbe fruttuoso e politicamente rilevante tentare di aprire una discussione seria sulle identità. Come si compone e come si decompone, come cresce e come si dissolve una identità politica? Possiamo ancora pacificamente accettare il binomio identità politica-valori civili e morali, o dobbiamo ritenere come fisiologico lo slittamento delle identità verso il mero consenso? O formulato diversamente, per venire incontro anche allo stimolante tema del dott moretti, sono le identità che creano consenso o il consenso che crea le identità? Parliamone ...perchè di una cosa sono certo..qualunque identità resta nell'alveo del rispetto finchè ognuno di noi la professa non come fede ma come occasione di..o occasione per..
Dott. (visto che si usa cosi ormai) Andrea Lambiase




dott. moretti (10/09/2003)

avevo avuto occasione di visitare il vostro sito e al di là di un mio proprio giudizio estetico ed anche di una certa staticità mi era sembrato interessante per i temi trattati nel sito dare appuntamento a qualche mio collega ed amico sul vostro forum so che alcuni hanno già inviato dei loro messaggi ed anch'io avevo fato lo stesso ma purtroppo nessuno di questi è stato pubblicato, se ci sono problemi tecnici per la pubblicazione fareste bene a comunicarlo.




dott. umberto corradi (01/09/2003)

perchè non aprire un dibattito serio sui meccanismi che determinano la formazione del consenso nelle democrazie occidentali, ritengo che questo possa essere un argomento interessante ricco di spunti e credo nevralgico all'inizio di questa nuova fase globale.




Sandro Morelli (25/08/2003)

in israele si continua a morire e combattere, alla luce di questa cruda quanto inevitabile realtà, mi piacerebbe con conoscere l'idea del signor serra e del signor lambiase. ho letto i loro pezzi mi sembrano molto interessanti come base di partenza, specie il secondo lo ho trovato particolarmente stimolante, decisamente diverso rispetto alla generale impostazione a volte fin troppo retorica che viene data alla questione.
perchè dunque non approfondiscono la loro analisi rendendola magari un pò meno teorica e più vicina alla realtà contigente. infine mi permetto una piccola cretica: ho lettto la ricostruzione storica di quella che voi chiamate "la questione palestinese" ma perchè si ferma agli inizi degli anni 70?
con l'augurio di ricevere un pò di attenzione


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