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Claudio Pane (11/07/2001)

Credo sia opportuno che una rivista come la vostra, attenta alla realtà che ci circonda, attenta non solo al presente, ma a questo con approccio critico e multiforme non possa mancare in questi giorni nell'indirizzare uno sguardo, e qualcosa di più, verso il G8. Io personalmente sono convinto di appoggiare il c.d. popolo di Seattle, non per mera voglia di ribellione all'ordine costituito (posto che si possa chiamare ordine!) nè per farmi partecipe di un atto spettacolare, di cui del resto respingo ogni tentativo di spettacolarizzazione!

La mia è un'adesione di coscienza, prima che politica, è un'adesione che nasce dall'nsoddisfazione per un mondo che molti come me vorrebbero migliore. Non si tratta di "aria di rivoluzione" ma di semplice aspirazione al bene.
Paradossalmente quanto più i temi si fanno grandi (diremo globali) e più i concetti, le ragioni si fanno semplici. E' inutile, a mio avviso, ricercare nel famigerato "popolo" delle ragioni sociologiche, filosofiche, politiche...che finirebbero per non cogliere il vero ed unico senso del fenomeno: questo mondo non ci piace, questa democrazia non ci piace, questa dittatura del capitale non ci piace, questo sfruttamento del terzo mondo non ci piace, questa non rispetto per l'ambiente non ci piace..ecc.

Il mio non è un appello alla violenza! Che sia chiaro!! Anzi chiarissimo! Credo però fermamente ed ottimisticamente nel progresso del genere umano e nel progesso dell'organizzazione di questa vasta (sempre più vasta, e non solo di numero) comunità umana.
Quello che si sta criticando da più parti è proprio l'ORGANIZZAZIONE di questa comunità, non solo in termini pratici, ma dal punto di vista dei VALORI su cui il mondo deve continuare il suo cammino. Qui non si gioca la battaglietta di Genova, così come non s'è giocata la battaglietta di Goteborg ecc. qui si tratta del destino di milioni di vite umane, dal Messico al Congo, dalla Nigeria alla Serbia, da Singapore alle Filippine....questo "strano fenomeno" è chiamato comunemente GLOBALIZZAZIONE!!

Ripeto, non siamo in "aria di rivoluzione", ma nessuno può impedire a milioni di uomini/donne di urlare la propria esigenza di veder DEMOCRATIZZARE questa nostra giovane DEMOCRAZIA.


Andrea Lambiase (14/07/2001)

L'intervento di Claudio circa il tema della globalizzazione è quanto mai opportuno, soprattutto in questo frangente, nel quale tutti noi, da osservatori o diretti partecipanti (il confine, poi, in un mondo massmediologico, è comunque molto sottile), ci apprestiamo a verificare se tutto l'allarmismo scatenato intorno alla riunione di Genova, troverà fondamento nei fatti oppure no. Personalmente ritengo che il bersaglio del popolo di Seattle sia giusto nei contenuti, ma contenga un fraintendimento concettuale molto importante: essere in generale contro la globalizzazione, significa essere in generale contro un futuro non solo sempre più ineluttabile, ma anche, se ci si intende sul termine globalizzazione, direi auspicabile.

La globalizzazione intesa come sfruttamento globale e oligopolistico delle risorse umane da parte di pochi centri di potere tecnologico-politici, o da parte di potenti multinazionali variamente co-interessate nei settori chiave della produzione (i noti trusts di marxiana memoria), credo sia da combattere recisamente, e senza tentennamenti. Ma è questa globalizzazione? Io credo che in una ottica schiettamente liberale, il fenomeno in questione sia da annoverare piuttosto nella categoria dell'oligopolio, agli antipodi, quindi, di un sistema schiettamente concorrenziale di libera circolazione a livello globale di merci, uomini, e informazione.

Esiste però una globalizzazione virtuosa, attenta all'equlibrio di sviluppo a livello globale, che utilizza i nuovi mezzi della tecnologia per una distribuzione più equa, a livello planetario, delle risorse, del reddito, dello sviluppo, e soprattutto della merce chiave di questo inizio di millennio:il know-how, la formazione-informazione tecnologica, che rappresenta davvero l'ultima thule dei sistemi oligopolistici. Se si cogliessero le opportunità offerte da un mondo "in rete", si potrebbero innescare circoli virtuosi di informazione-scambio tra le realtà economiche, di cessioni-acquisizioni di informazione tecnologica a tutti i livelli; il che, abbattendo il semi-colonialismo delle multinazionali sui paesi di fascia debole, permetterebbe forse una equa ripartizione delle risorse e delle chiavi necessarie a produrre ricchezza. Una globalizzazione dunque, che sfruttando le immense potenzialità della rete, riesca a decentralizzare la produzione della ricchezza anche laddove vi è abbondanza di materie prime e manodopera, ma enormi disagi nell'acquisizione di tecnologia. E io credo, in sostanza, che l'apertura-anche forzata-dei depositi di informazioni e expertise tecnologico delle multinazionali e delle aziende specializzate, favorisca una libera concorrenza a livello globale, e libertà di sviluppo in tutte le aree geografiche a forte rischio di disastri economici, che guarda caso sono quelle a forte dipendenza dallo sviluppo di industrializzazione straniera.

Sento parlare, nei forum anti-globalizzazione, di ritorno alle economie locali e regionali per evitare la spersonalizzazione culturale delle aree economicamente deboli ma dal forte imprinting culturale (India, America del sud etc..), di ritorno alle colture esclusivamente biologiche e al radicamento culturale: credo, in tutta franchezza, che queste ricette dal forte sapore "vandeano", siano palliativi originali e di grande presa, ma scarsamente in grado di affrontare i problemi enormi innescati da dinamiche economiche a livello globale: il problema, alla fine, non è trovare rimedi e pannicelli alla globalizzazione, ma indagare a fondo su ciò che l'economia globale, alleata con la tecnologia, può produrre a livello di massima utilità per il maggior numero di persone.



 

Riccardo (15/07/2001)

Essendo io una persona pragmatica ai limiti del cinismo vedo la "questione" G8 da un punto di vista differente da quello della maggior parte delle persone interessate all'evento. Due sono le domande che nascono spontanee:

- Perché una simile riunione, con tutti i rischi connessi di ordine pubblico, non si tiene su una nave da crociera isolata nel bel mezzo del mare? Oppure su una nave da guerra (così almeno servono a qualcosa), oppure su un bell'atollo del Pacifico? Perché questi otto "grandi" non si incontrano in un luogo dove possono stare in santa pace a parlare dei loro interessi? Perché devono rischiare la vita di manifestanti e forze dell'ordine?

- Siamo proprio sicuri che le "tute bianche", i manifestanti che si riuniranno a Genova, questo flusso indefesso di difensori del Pianeta Terra non siano guidati da una longa manus (per definizione stessa invisibile)?

A pensarci bene c'è anche una terza domanda: siamo sicuri che le due domande di cui sopra non si rispondano a vicenda?
Io comunque a Genova non ci vado, il bianco mi fa sembrare grasso....



 

Peitho (17/07/2001)

Quello che più d'ogni altra cosa mi rende perplesso è l'altissimo valore-notizia che il G8 sta assumendo nei palinsesti televisivi. E non credo che ciò rientri in una normale logica d'informazione democratica, ovviamente e neanche che tutto sia riducubile alla necessità dei media di spettacolarizzare la realtà. La proposizione di Wittgenstein "il mondo è tutto ciò che accade", sembra ormai svuotata di senso, se si considera una civiltà dove la realtà non è ciò che accade, bensì ciò che è notiziabile. Il fatto in sè non esiste, ma solo la sua capacità d'essere informatizzato, formattato. In tali inquietanti condizioni, si capisce bene che la fortissima presenza dell'evento di Genova nei palinsesti va considerata anche e soprattutto oltre l'immediate necessità dei media, e inserita invece in una più generale analisi delle pericolose connivenze (oggi più che mai) tra potere e cultura, tra potere e democrazia, tre potere e coscienza.

Tutta la questione del G8 di Genova sembra essere espressa in una sorta di monologismo culturale, ben sviluppato dai signori della Parola. L'esistenza dell'Altro sembra solo relegata all'interno del discorso indiretto, di chi s'esprime esclusivamente entro studiatissime logiche di formattazione. Sempre e comunque nella logica del monologo dei grandi persuasori,e, in un approccio monologico tale, l'Altro resta interamente oggetto della coscienza, e non un'altra coscienza. Nonostante la forte presenza del movimento antiglobalizzazione nei media (e forse proprio per questo), i Persuasori possono fare tranquillamente a meno di loro e quindi in una certa misura reificare tutta la realtà, persino chi a questa partecipa come soggetto reale e conoscitivo. Il Monologo pretende l'ultima parola.

Vi sono eventi che per principio non possono svolgersi sul piano di una coscienza unica e unitaria, ma che presuppongono due coscienze che nel piano reale dell'incontro non si fondano completamente una nell'altra. Tali sono tutti gli eventi realmente produttivi, che portano il nuovo (democratizzazione). Nel caso nostro, il G8 sembra più terreno di scontro che d'incontro, o tutt'al più espressione di sterili dualismi. L'eccesiva fusione operata all'interno della logica dei Persuasori di fattori nel loro interno incocigliabili è agghiacciante. E'una logica depauperante,in quanto tesa a trattare l'evento di Genova sul piano unitario di un'unica coscienza, ad essa, chiaramente, funzionale. Gli Altri, i non-persuasi, sono formati soltanto come oggetto e come tali compresi e conosciuti. Il nuovo, diciamo pure il "mondo nuovo", non può prodursi se non nella dislocazione, nel mantenimento di una sua extralocalità rispetto a ciò che è altro da sè. Invece quel che giunge alle orecchie e agli occhi dei più (alle coscienze)sembra miseramente troppo con-fuso. Parodizzando, la verità è che "ciò che è reale è notizialbile, e ciò che è notiziabile è reale", il che implica come paradossale conseguenza che, se mai un giorno nascerà un "Mondo Nuovo", tutti noi ne avremo pronta (e brillantemente sintetica) Notizia.

Quel che accadrà a Genova non sarà mai successo. L'unica possibilità è partecipare, non foss'altro per ingrossare i numeri delle stime che i vari tg ci propineranno.
Concludo con una frase, fortemente esaustiva, di Claudio Pane: "Poi giunse l'arsura, che spinse i popoli nel deserto!!!". Perdonate la lungaggine e la ruvidezza di stile. Grazie dell'attenzione.



 

Maurizio Polsinelli (18/07/2001)

Andrea Lambiase parla di decentralizzazione. Io credo che sia più corretto parlare d'altro. Vi saranno si nuovi centri economici, ma sino a che punto si possono considerare tali se altro non sono che il frutto di una proiezione degli attuali Fuochi economici? Inutili illazioni mi si dirà. Ma andiamo avanti comunque. I futuri nuovi centri esisteranno veramente, non lo metto in dubbio. E saranno tantissimi. La rete di cui parla A. L. vivrà la sua proiezione fisica sul globo. Ma risalendo l'infita rete di connessioni si potrà scoprire che il tutto è frutto di una "meraviglioso" processo d'inclusione, di cui si sarà dimenticata l'origine. Si potrà così scoprire che questa presunta centralità non è altro che marginale ai reali centri. Ma ciò non arrecherà grandi sconvolgimenti concettuali alle future civiltà. Il tutto sarà poi ricompreso. Fa parte della grande capacità umana di perpetuarsi, sempre e comunque. Non mi sembra di ricordare suicidi di massa all'indomani della rivoluzione Copernicana. Quindi, lasciamo pure che l'ineluttabile globalizzazione proceda, ma senza però, sminuire chi ancora ha bisogno di sentirsi partecipe di un'esistenza autentica, perchè di bisogno si tratta. Bisogno di sentire il mondo vivo su se stesso, di tutto quanto storicamente è stato. Altrimenti le nostre stesse culture rischiano d'essere assorbite dalla potenza del Mito, di divenire astoriche. E' necessario che le origini siano mantenute vive nella memoria, altrimenti spronderanno nell'oblio e un popolo senza origine non esiste!

Non vorrei si considerassero le mie opinioni alla stregua di un certo nazionalismo. Anzi è proprio per non permettere strumentalizzazioni culturali che bisogna impedire la scomparsa delle nostre culture nella sfera del Mito. Concludo dicendo che quanto detto da A. L. non è affatto una visione ciecamente ottimista (perchè forse posso essere sembrato di questa opinione), anzi è schiettamente oggettiva. Prendendo la sua analisi in considerazioni fattori realmente da tempo presenti, non ha nulla di profetico, bensì possiede una reale oggettività in quanto estende una corretta proiezioni dei fattori produttivi e sociali sinergicamete considerati in un futuro prossimo a venire, e già presente in nuce. Ma torno a dire che con questo non bisogna considerare sterile ciò che fa parte della dimensione umana. La "Questione Culturale" all'interno degli effetti della globalizzazione non è marginale, ma umanamente essenziale. Come è anche umanamente essenziale una correta distribuzione della richezza e delle possibilità produttive, come migliori fini auspicabili di tutto il processo. La questione è delicata e da affrontare con una certa concessione ai possibili compromessi, ma sempre e comunque da affrontare "globalmente".



 

Gamal (20/07/2001)

20 luglio 2001,
Durante la sommossa, un angelo solcava contro flusso la folla dei partecipanti come cane randagio sulle vie del corso, non curante. Solo a rimuovere da sè l'aere grasso sembrava intento. Si trovò innanzi a case vuote... Ascoltò il Tempo e la catena della storia lo sfiorò; toccato da l'ultimo anello sentì vibrare il primo... Era la fine dei tempi, era il Tempo.......

14 luglio 1789,
Un Angelo contro il flusso della folla, scivolava via come cane randagio tra le vie del corso e solo all'aer caldo e grasso sembrava attento. Teso al Tempo.
Un Angelo,
una Vipera nel seno della civiltà.



 

Roberto (21/07/2001)

luglio 1789, luglio 2001 sono due date che non si possono minimamente mettere in relazione



 

Guido.Po (21/07/2001)

morire a venti anni e finire al tg senza un motivo che giustifichi il sacrificio, è una tristezza enorme. Il senso del vuoto che si porta via la kermesse della rivolta organizzata tra fiori e cotillion, una rivoluzione per gioco, ma non si gioca alla rivoluzione è stupido non ha senso.



 

Antonio (23/07/2001)

Bisogna essere onesti, per lo meno cercare di esserlo. Non credo sia giusto di fronte a determinati comportamenti prendere le distanze solo quando conviene. Non si può definire qualcuno un violento, un provocatore, uno stupido, un criminale quando ci fa comodo, perchè magari ci ha rovinato la festa, e trasformarlo poi in una vittima innocente quando ci conviene non è giusto è una strumentalizzazione idiota ed inaccettabile.



 

Bruno (23/07/2001)

ho letto con interesse l'inervista del prof calabrò su cartesio è mi sono imbattuto in un concetto, una categoria a me molto caro, quello del dubbio. Poi ho visto il forum sul g8 e mi sono preso la libertà di scrivere due righe.
Guardando alla tv in questi giorni, le immagini dei disordini di genova e ascoltando alcuni dei commenti mi chiedevo se i vari organizzatori del social forum i politici che li appogiano gli improbabili potavoce hano dubbi. Ascoltandoli mi è venuto il tremendo sospetto che non ne hanno nessuno sono così sicuri certi hanno una fede incrollabile in quello che fanno e che dicono non sono neanche sfiorati dal dubbio nel loro pacifismo volontaristico il mondo è diviso in belli e brutti buoni e cattivi sono ostinati tignosi testardi... ho il dubbio che navighino lontano lontanissimo dalla dimensione del politico.
Io delle persone senza dubbi diffido molto perchè ho il dubbio che siano violenti. ricoperti di certezze a coprire il vuoto mah sarà è solo un sospetto.. un dubbio



 

lambikant (26/07/2001)

Io credo in un mondo di eguali, di cittadini, di doveri da rispettare a livello globale, fondati su valori collettivi e universalizzabili, e di diritti di cui godere ugualmente da chiunque sia uomo, e goda di tutte le prerogative che tale condizione comporta.
Diceva Terenzio:"homo sum. Nihil Humanum a me alienum esse puto.." sono un uomo, e nulla di cio che e umano reputo mi sia indifferente... Cosi, per potere davvero pensare ad una società della condivisione globale, delle responsabilità e della omogeneità delle ricchezze, per poter pensare ad un diritto universale e universalizzabile, che realizzi il sogno illuminista dell'uomo cittadino del mondo, per sognare una civilta del diritto e della tolleranza, non posso fare a meno di ritenere che la globalizzazione sia la via... lo sia perche permette la diffusione piu ampia e rapida possibile delle informazioni, della ricchezza, del diritto; lo sia perche quella che genericamente viene definita globalizzazione, non è altro che la reincarnazione nelle forme della modernità dell'universalismo illuministico, del cosmpolitismo stoico, della ragione universale del diritto, che vince sull'irrazionalismo e l'esclusivismo bellico delle comunita cosiddette nazionali.

Quelle stesse società chiuse che ammantano di patos e sacralita le conquiste belliche... quelle società che alla globalizzazione di diritti comuni, innati, preferiscono il soggiogamento degli altri al proprio diritto. Quelle società che credono di dominare il mondo, non sapendo che non vi è mondo laddove non esiste condivisione, quelle società che alla schietta concorrenza delle opportunità per tutti, preferiscono il gretto egoismo degli aiutini ai piu poveri, che legano sempre di piu i paesi in via di sviluppo alle pastoie di debiti onerosi e non onorabili....per tutto questo, ripeto, abbiate il coraggio di guardare in faccia la modernità, abbiate il coraggio di crescere insieme a coloro che vi circondano...abbiate il coraggio di considerare il mondo la vostra nazione.



 

Peitho (26/07/2001)

E' vero, è tremendo che si giochi a fare i rivoluzionari. Ma c'è qualcosa di ancora più tremendo e cioè l'origine, per così dire, del gioco.
In una socialità così complessa, non è purtroppo possibile evadere l'assunzione di ruoli fittizi, privi cioè di una reale corrispondenza con la realtà. Il ruolo è assolutamente necessario e lo è sempre stato sin dalle semplici società di tipo arcaico. Il fatto è che, dove tutto si muove secondo la logica di un orientamento dato e assunto culturalmente, si tende a relazionarsi con la realtà attraverso una complessissima rete di sistemi di anticipazione e previsione, anch'essi però fittizi, in quanto strutturati ad un processo di cui si conosce già l'esito.
ES: se io fermo qualcuno per strada e (una volta valutato la tipologia di persona) le domando, in un certo preciso modo, che ore sono e questi di tutta risposta mi porge la foto di sua moglie morta, in me scatta un fortissimo senso di disorientamento dovuto alla mancata corrispondenza delle mie previsioni e la soluzione. Questo sarà anche un esempio assurdo ed estremo, ma è anche efficace per dimostrare cosa potrebbe succedere ad una società priva di un orientamento cognitivo: straniamento (al produrre il quale pensa l'arte, fornendo la partecipazione ad altri mondi possibili).

Ora in unà civiltà come questa, ipercomplessa, tutto ciò è propriamente umano tende inesorabilmente a vanificarsi nella mole sempre più stratificantesi di strutture cognitive d'orientamento e relativi sistemi di previsione, anticipazione. Questo vuol dire che quella che potrebbe dirsi "l'ontologia del comportamento umano" è talmente sommersa da non essere più possibile una reale partecipazione, senza troppe mediazioni, al reale. Da qui ne consegue che qualsiasi comporatamento soggiace ad un ruolo il quale non è più maschera funzionale al relazionarsi, ma vera e propria essenza! Per questo chi gioca a fare il rivoluzionario, assumendone il ruolo, non diviene altro che "personaggio del rivoluzionario", è personaggio dentro e fuori; come un bambino non può che giocare a fare il dottore, loro non possono che giocare a fare i rivoluzionari. Un bambino che gioca non è comletamente partecipe della realtà, ma l'immagina solamente. Lo stesso accade ai giovani rivoluzionari d'occidente: giocano perchè non gli è dato fare altrimenti; immaginano la rivoluzione!

Come dicevo nel mio precedente intervento c'è troppa con-fusione tra le parti in "gioco". Laddove i sistemi linguistici utilizzano le stesse forme e strutture (si vedino tutti i tipi di sitemi mediatici) è difficilissimo creare delle reali parti contrapposte e altrettanto difficile creare il Dialogo. Come ho detto, tutto sembra regolato dalla sola logica del Monologo che come tale possiede sempre l'ultima parola.



 

Guido.Po (27/07/2001)

condivido l'osservazione su quanto sia difficile oggi dialogare, confrontarsi, in assenza dell'altro e che alla scomparsa della diversità stia contribuendo in maniera massiccia l'omologazione dell'informazione. Credo però che una parte importante nel "costruire" la rivoluzione, nel pensarla, sia oggi come ieri proprio la capacità di inventare l'altro, non solo individuo ma anche concetto. E' fondamentale in ogni rivoluzione la possibilità di creare il nuovo il diverso( anche se nello stesso tempo non si può dimenticare che la rivoluzione storicamente si è tradotta spesso anche come un ritorno un re-voluzionare ma questa è un'altras storia.)
Non è esistita rivoluzione che non abbia creato categorie di pensiero nuove differenti e proprio per questo rivoluzionarie, che non abbia postulato la possibilità di creare pensare una "cosa nuova". Tutto questo manca completamente al movimento antiglobalizzazione che anzi sembra decisamente più proiettato anzi in molti suoi aspetti direi ancorato al passato. Se si vuole "ambire alla rivoluzione" si deve essere capaci di pensare qualcosa di nuovo che comporti un cambiamento anche nel linguaggio. Non è detto che si debbano inventare nuove parole, ma si deve essere capaci almeno di dare a quelle esistenti un significato diverso, nuovo.

Voglio dire che non si può accettare passivamente il ruolo assegnato dalle convenzioni di una società omologata e nello stesso tempo aspirare a fare la rivoluzione secondo le regole e i linguaggi di quella stessa società che si vorrebbe cambiare. Non si può. A meno che non si voglia finire a fare i personaggi. Concludo con un'osservazione, io non ho detto che non si può giocare a fare i rivoluzionari, ho detto che non si può giocare a fare la rivoluzione, giocare al rivoluzionario si può na abbiamo avuto la dimostrazione tante volte solo che così si finisce per fare solo i rivoltosi.



 

Maurizio Polsinelli (27/07/2001)

Ho letto l'intervento di Lambikant, che sottoscrivo interamente, ma al quale, come già ho espresso per l'intervento di Andrea Lambiase, devo purtroppo distanziarmi, non tanto per quanto auspica e per i suoi incitamenti al coraggio, ma semplicemente per sollecitare ad analizzare gli effettivi elementi in gioco, con maggiore profondità. Torno a dire, sono daccordo sia con Andrea che con Lambikant, ma proporrei nella sede di questo Forum sul G8, uno sforzo d'analisi maggiore e meno apologetico. Per questo senza ripetermi troppo, rimando chi vorrà al mio precedente intervento del 18/7, in particolare per quanto riguarda gli effetti devastanti sulla cultura dei popoli tutti a cui porterebbe una certa globalizzazione non sorvegliata. E ai precedenti interventi di Peitho che poco dialogo hanno prodotto, quanto invece meritano.

Solo qualche altra parola intorno la questione Dubbio per dire che laddove una società si perpetua senza mai si possa concepire un senso della possibilità, non può che nascere una forte senso di ineluttabilità dell'accadere, questo per interagire con l'intervento di Bruno. Sin dalla sua nascita, il capitalismo sembra vincitore su stesso. Non v'è neanche più, a un livello puramente immediato, il beneficio del dubbio, di cui Bruno parla. E' chiaro che il dubbio continuerà ad insinuarsi nell'uomo, in quanto sua sostanziale prerogativa, ma temo che esso non sarà più in grado di edificare una reale possibilità di dialogo, perchè ormai incapace di proiettare in sè il senso del diverso, di altro da sè.
Come anche Peitho scrive, una società così complessa come la nostra, con una fortissima stratificazione di strutture cognitive, non permette un rapporto immediato con il sè e con l'altro, ma rimanda sempre e comunque ad un sè fittizio. Se il dubbio si insinuerà ancora, sarà ad un livello puramente orizzontale, per così dire, d'orientamento, e mai più ad un livello realmente verticale, fonte di auto-identificazione e quindi porduttore di ricerca dell'altro da sè. Da qui, il dialogo reale. Ma per questo tipo di società dove l'estrinsecazione del sè non passa mai prima su un processo d'identificazione, ma sempre e comunque attraverso sistemi di relazionamento, di realizzazione com-provata dagli altri, una reale coscienza non è sviluppabile e senza coscienza non v'è dubbio. Il sistema di sublimazione dei bisogni in desideri e la sempre più forte tendenza ad una astrazione del potere d'acquisto attraverso i sistemi delle credit card ecc., portano ad un'allontamento dal reale, che si sposta kantianamente oltre il fenomeno. E se a ciò si aggiunge quanto detto sull'aspetto fittizio dei ruoli sociali (vedi sempre Peitho) e sulla rarefazione del dubbio, è difficile veramente immaginare una civiltà del dialogo, e di conseguenza una reale democratizzazione.

"La logica del Monologo dei signori della Persuasione concepisce l'Altro unicamente all'interno del discorso indiretto e come tale assorbibile nel suo progetto di formattazione. L'Altro non è coscienza, ma oggetto. il Monologo ha sempre l'ultima parola". In questo sistema monologico non è neanche più immaginabile un esemplare monologo come quello d'Amleto, che attraverso un atroce dubbio, indaga profondamente su stesso.
Spero di non essere stato troppo perentorio...



 

Giampiero (19/08/2001)

e a napoli? anche lì bisognerà esserci? no assolutamente la rivolta dei capetti in cerca di fama in piazza perchè odiano berlusconi è ridicola ed inaccettabile



 

Roberto (19/08/2001)

Che avrebbero alzato le barricate si sapeva. Una larga parte del centro sinistra è a corto di educazione democratica e non accetta il responso delle urne. Sono neri furiosi ritengono l'attuale capo dell'esecutivo una sorta di belzebù e non accettano il responso delle urne. Per questo si sono precipitati in piazza insieme a chi diceva di non riconoscere la leggittimita degli otto capi di stato presenti al g8. Pensavano di cavalcarla e invece non riescono nemmeno a stargli dietro. La speranza è che prevalga la parte sana della sinistra quella a cui qualche giorno fà ha dato voce Bassolino. E sia chiaro che Al di là di quale sarà ogni singola scelta se fare o non fare questo o quel vertice e dove farlo, di fronte a certi fenomeni è necessario rimanere dalla prte opposta senza equivoci


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