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Jorge Luis Borges: il sofisma e la parola
di Andrea Lambiase
"Jorge Luis Borges incarna il destino secondo gli impercettibili disegni di un Dio enfatico ed eversore" (R. Campa, Introduzione a "Il viaggio-riflessioni con Jorge Luis Borges" ed. Guida, Napoli, 1987, p. 7). Parlare del "Vate di Buenos Aires" e della sua voluta inattualità, del suo miticismo esasperato e contro corrente è di per se un paradosso, perché conduce necessariamente a parlare delle forme del linguaggio, a narrare metalinguisticamente le peregrinazioni del concetto nella sua forma di espressione più importante-la comunicazione-che è lo strumento di condivisione con l'altro. Jorge Luis Borges è lo spettro a volte oscuro di questo percorso; egli cede costantemente alle lusinghe di un dialogo in apparenza innecessario e gratuito. Ed è proprio l'improponibilità quasi fisiologica dei suoi giochi logici e mentali che gli conferisce gli attributi di un demiurgo disperso o smarritosi nel caleidoscopio culturale di Buenos Aires. Il legame tra Borges e la sua città è un legame fatto di consapevolezza ma mai di realismo, perché il mondo di questo scrittore è un'allegoria perenne e voluta discendente dalla coscienza delle potenzialità letterarie dell'inattualismo e del mito: "direi ….che la letteratura è stata sempre fantastica, è cominciata con le cosmogonia, con le mitologie, con i racconti di dèi e di mostri. Nessuno scrittore ha mai sognato di essere un proprio contemporaneo, questo forse è cominciato soltanto nel diciannovesimo secolo…..prima si parlava sempre di altri secoli e di altri paesi, ed era la cosa più naturale." (Jorge Luis Borges, intervista con A. Arbasino in Antologia personale ed. Longanesi, Milano 1961, pag.VI ). La sottile poeticità di Borges è affidata alla memoria per immagini che trasfigura sempre nel sogno o nella finzione, come espresso mirabilmente in una delle poesie della raccolta "Fervor de Buenos Aires" del 1923: "Da uno dei tuoi cortili aver guardato / le antiche stelle,/ dalla panchina dell'ombra aver guardato/ quelle luci disperse/ che la mia ignoranza non ha imparato a nominare/ nè a ordinare in costellazioni/ aver sentito il cerchio dell'acqua nella segreta cisterna,/ l'odore del gelsomino e della madreselva/ il silenzio dell'uccello addormentato/ l'arco dell'androne, l'umidità/ queste cose, forse, sono la poesia." (El sur, da Fervor de Buenos Aires 1923). Borges infatti, preferisce fingere di essere una finzione perché, in una continua biforcazione dei rimandi e delle connessioni della sua pagina il lettore trovi il tempo per giustificare il proprio smarrimento e la propria atarassia. Egli è il poeta dei rinvii, delle dimenticanze, delle improvvise resipiscenze: i controsensi, i paradossi, i dedali, i labirinti, sono strumentazioni concettuali piuttosto che archetipi mentali e hanno in sé qualcosa di più implacabile e impietoso di quanto non si immagini. Non sono tendenze genetiche dell'uomo, ineluttabili congetture del tempo cosmico o della follia di un demone: sono accorgimenti di uno stratega delle parole, delle frasi, delle immagini, che rapprendono significati, sensazioni, compendi di idee, fino a raggiungere il tono di "epopee inevase, incompiute dell'uomo"(R.Campa ,op.cit. pag 25). L'abilità dello scrittore-filosofo argentino consiste nel rinvenire espressioni latenti nelle evoluzione sintattica, scientifica, politica della specie e di raccordarle secondo un principio di germinazione e conservazione che trova il suo epilogo nel ricordo, nella meraviglia, nel ritorno. La filigrana di queste inclinazioni borgesiane la si ritrova tra le tante, nella poesia dedicata ad uno dei suoi filosofi prediletti, quel Baruch Spinoza nella cui visione panteista Borges ritrova una sostanziale concordanza: "foschia d'oro, l'occidente illumina/la finestra. L'assiduo manoscritto/aspetta già carico di infinito./qualcuno costruisce Dio nella penombra./ Un uomo genera Dio. E' un ebreo/ dai tristi occhi e dalla pelle citrina; / lo porta il tempo come porta il fiume/ una foglia nell'acqua che declina./Non importa. Il mago insiste e scolpisce/ Dio con geometria delicata;/ dalla sua malattia dal suo nulla,/ continua ad erigere Dio con la parola./ Il più prodigo amore gli fu concesso,/ l'amore che non aspetta di essere amato." ("B.Spinoza" Dalla raccolta La moneta de Hierro, 1976.)
Borges, dunque, si serve della metafora- in questo caso, l'amore che non aspetta di essere amato è l'amor Dei intellectualis, che postula l'identità dell'amore di Dio verso l'uomo e dell'uomo verso Dio- per rinvenire aristotelicamente nessi apparentemente non espliciti tra le cose. Questa figura retorica gli consente di addebitare la ripetitività degli eventi e la loro sostanziale immutevolezza al modo impiegato per rappresentarli (si veda ad esempio la sua Nuova confutazione sul tempo in cui lo scrittore difende la simultaneità di eventi temporalmente sfasati sulla base Humeiana della capacità di percepirli come contemporanei).Se le cose si manifestano sempre in maniera diversa per l'apparentamento che si fa di alcuni loro attributi, è l'arte dell'uomo, il sofisma, l'allegoria, che consente alla simultaneità di esplicitarsi soltanto in particolari stati di grazia dell'osservatore (come accade nel noto Aleph borgesiano) e di illuderlo sulla possibilità di un processo o progresso della storia della conoscenza.
Le parole, l'arte e la filosofia in realtà finiscono così con il raccontare una storia che sorprende perfino il fautore della stessa e la realtà si emancipa dalla storicizzazione e dalla politica grazie al potenziale esplicativo del quale è stata dotata dalle parole del poeta. La traducibilità, la comunicabilità dell'esperienza appare pertanto illusoria, si esplica e si realizza soltanto nelle e con le parole; la realtà pensata o immaginata, quella comunicabile, è altro dalla realtà fenomenica, quella avvertita come prossima dai sensi.
Così il linguaggio assume una consistenza più rarefatta, perché postula la realtà come un dato mediato della coscienza, che nel momento in cui si esprime nelle forme della comunicazione perde il suo contatto precipuo con la realtà. "La mia prigione è fatta di parole" afferma Borges: i significati delle parole corrispondono ai codici che impongono un tipo di comportamento plausibile nei diversi periodi storici con le aspettative dell'uomo che questi presuppongono. Ed esse celano, nell'immaginario di Borges, l'arcano, l'indicibile, l'angoscia, gli dèi e i demoni di Dostojevskij; ma celano anche l'uomo quando si rifiuta di comprendere l'arcano e l'indicibile.
In questo universo frammentato il dialogo è un accorgimento letterario-filosofico che da Platone a Borges serve per disciplinare le idee, per indurle ad assumere una coerenza che a sua volta è un superidea ordinatrice, un Demiurgo linguistico. Questo disillude l'uomo circa la possibilità di leggere nelle parole il rimando dei significati e cioè una parola finale che non ne ha alcuno e al quale l'uomo si aggrappa disperatamente come all'unica fonte di vita e di conoscenza. Qui oltre a Borges parla un'intera tradizione di pensiero da Nietzsche a Wittgenstein a Michelstaedter, che nel linguaggio scova il grande inganno della filosofia che gabella le verità della ragione come la realtà del mondo, quando le stesse parole depurate delle anomalie logiche annidate in ogni linguaggio naturale non esprimono nulla di più di ciò che possono, cioè concetti. La beffa della borgesiana biblioteca di Babele è proprio questa: l'irresolubilità di un centro nevralgico del mondo, di un impulso di un'idea, di un Dio senza nome. La visione di Borges si risolve nell'aristocraticità del linguaggio poetico, nell'idea che la parola del poeta –Vate, come quella del suo amato Talmud, si contempla, non si legge né si comunica, se non con codici particolari e indecifrabili ai più. Nella poetica borgesiana emerge una forte carica eversiva, che ci riporta alla sua discussa adesione al regime militare argentino e lo accomuna a altri discussi inattuali, come Ezra Pound. L'insopprimibile elitismo è legato ad una concezione della letteratura come fenomenologia delle forme da cui i contenuti, come nelle Idee platoniche, sgorgano necessariamente. Il suo amore per le forme rarefatte, di gusto europeo e anglosassone, lo distanzia nettamente anche dalla maggior parte degli scrittori sudamericani coevi, impegnati in lotte sociali e politiche che la letteratura deve servire a veicolare e rendere contemporaneamente attuali e immortali: una letteratura di contenuti, dunque, attenta a cogliere nelle parole l'esatta misura della realtà. Ma i labirinti di Borges e i suoi paradossi scovano l'inganno della razionalità applicata alla letteratura, anche di quella razionalità totalizzante da rivoluzionari di professione, che si coglie, seppur nella bellezza delle rispettive narrazioni, nelle pagine di un Vasquez Montalbàn o di un Garcìa Marquez. La letteratura può specchiarsi in se stessa e cogliere comunque il riflesso della realtà, senza alcuna necessità di superomizzare la realtà attraverso categorie ad essa estranee; è quanto traspare, in chiosa, nel racconto "Funes, la memoria in persona", nel quale si tratteggia l'immaginario allucinato di un uomo che a seguito di una caduta da cavallo, percepisce la realtà del mondo solo attraverso una memoria fotografica e non totalizzante, incapace di sussumere la varietà entro categorie generali: "Noi, con un'occhiata, percepiamo tre bicchieri sopra un tavolo, Funes tutti i virgulti e i grappoli e i frutti di tutta una pergola. Sapeva le forme delle nubi astrali del 30 Aprile 1882 e poteva paragonarle nel ricordo con le venature di un libro…che aveva guardato una volta sola o con le linee della spuma sollevata da un remo nel Rio Negro… Egli era quasi incapace di concetti generali, platonici. Non soltanto era una sforzo per lui comprendere che il simbolo "cane" abbracciasse tanti esseri individuali diversi, di diverse misure e forme; gli dava anche fastidio che il cane delle tre e quattordici avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto; Funes scorgeva senza interruzione i quieti progressi della corruzione, della carie, della fatica…Era il solitario e lucido spettatore di un mondo multiforme, istantaneo, e quasi insopportabilmente esatto."
Bibliografia essenziale:
R. Campa: "Il viaggio-riflessioni con Jorge Luis Borges" ed. Guida, Napoli, 1986 J.L. Borges: "Poesie (1923-1976)" BUR, Milano, 1986 J.L. Borges: "Conversazioni" Bompiani, Milano, 1986 J.L. Borges: "Antologia personale" Longanesi, Milano, 1961 J.L. Borges: "Altre inquisizioni" Feltrinelli, Milano, 1990 J.L. Borges: "La biblioteca di Babele" Feltrinelli, Milano, 1983 J.L. Borges: "L'Aleph" Feltrinelli, Milano, 1987 C. Michelstaedter: "La persuasione e la rettorica" Adelphi, Milano, 1999 M. Cacciari: "Dello Steinhof" Adelphi, Milano, 1987
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