Il Laboratorio

Numero 1 - 30 gennaio 2001

Giusnaturalismo e storicismo in
una prospettiva esistenzialista

di Luca Sinibaldi


Il giusnaturalismo, da un punto di vista storico, è inscindibilmente legato alla nascita dello Stato moderno ed alla rivoluzione scientifica. Suoi scopi principali erano, da una parte, la rottura dell'equilibrio della società medioevale basata, al contempo, sul potere universale di Chiesa ed Impero e sul particolarismo feudale. Dall'altra, l'affermazione dell'individuo uti singulo in contrapposizione alla concezione universalizzante tipica del Medioevo. Il giusnaturalismo si fa quindi interprete di un nuovo concetto di libertà che rompe sia il particolarismo medioevale, affermando l'uomo come uguale davanti alla legge, sia il potere universale di Chiesa ed Impero, concependo la sovranità come assoluta. Il dualismo tra individuo e Stato diviene, pertanto, fulcro delle teorie giusnaturaliste ed in quanto tentativo di teorizzazione della nascita dello Stato moderno cerca una sua legittimazione. Ora, agli occhi del contemporaneo, che non può fare a meno di vedere il passato attraverso il presente, tale opera di legittimazione appare solo parzialmente riuscita. Il vedere nel dualismo tra individuo e Stato una ipotesi di carattere antropologico sembra assai ingenuo secondo la moderna antropologia che analizza in maniera storica la complessità del divenire sociale dello uomo, andando ben oltre la mera antitesi tra individuo e Stato. Tale antitesi perde, quindi, il suo carattere universale per divenire, invece, spiegazione di un particolare momento storico, che, seppur ragguardevole per la sua ampiezza, in quanto abbraccia il complesso e lungo processo di formazione dello Stato moderno, non può essere di certo assunto a principio universale del vivere civile che è divenire storico entro cui tale dualismo è necessariamente compreso e che quindi non può spiegare interamente.

Il vedere nel giusnaturalismo, invece, una ipotesi logica è sicuramente legittimo ma appare agli occhi del contemporaneo, inevitabilmente influenzato dallo storicismo e dall'esistenzialismo, come non sufficiente. Se si parte dall'ipotesi dell'individuo come essere storico non unicamente conoscente il reale ma interagente con esso e, quindi, trasformante, la logica in quanto tale sembra spiegare l'homo gnoscens ma non l'homo faber. Se si dà, quindi, per buona tale ipotesi bisogna altresì ammettere che l'ideale giusnaturalistico di applicare al politico e allo storico lo stesso metodo che la rivoluzione scientifica aveva applicato alla conoscenza della natura è almeno parzialmente fallito. Il giusnaturalismo, pertanto, che nei secoli XVI e XVII traeva la sua forza proprio dal quel processo di legittimazione del potere su basi razionali, in contrapposizione all'autorità divina, tipica del pensiero medievale, appare, pertanto, agli occhi del contemporaneo come mero strumento politico, per mezzo del quale, la concezione dello Stato moderno si affermava nel divenire storico.

Nel XIX secolo la battaglia dello Stato moderno contro la società medioevale era ormai vinta, almeno in Europa, era necessario, pertanto, dal punto di vista filosofico, trovare un punto di conciliazione in quel dualismo che l'aveva contraddistinta. In tal modo si poteva dare legittimazione teorica a quel potere secolarizzato che aveva ormai vinto i suoi avversari e che doveva prepararsi a fronteggiare l'incipiente venuta della rivoluzione industriale che nuovi e grandi problemi avrebbe posto alla speculazione moderna e contemporanea. In considerazione di ciò, è possibile cogliere nel pensiero di Hegel, da una parte, e in quello di Vico dall'altra, un superamento di quella netta contrapposizione di individuo e Stato che era tipica del pensiero giusnaturalista. L'antitesi tra individuo e Stato non viene più vista, da ambedue i pensatori, in maniera assoluta ma contestualizzata nel divenire storico e, pertanto, nella sua fattualità di fenomeno dialettico poiché dinamico. Ciò che era quindi netta contrapposizione diviene Aufhebung in Hegel e "medio", entro in quale scorre necessariamente l'umano esistere, in Vico. Per far ciò sembrò utile riprendere in considerazione la prospettiva aristotelica che, rivista in chiave moderna, poteva servire come punto d'appoggio per l'uscita da quell'ormai scomodo dualismo. Scrive Bobbio: " Alla ricostruzione razionale proposta dai giusnaturalisti il modello tradizionale contrappone una ricostruzione storica. Il punto di partenza non è un astratto stato di natura in cui gli uomini si sarebbero trovati prima della costituzione dello Stato, e che precede lo Stato logicamente e non cronologicamente, ma la società naturale originaria, la famiglia, che è una forma specifica, concreta, storicamente determinata di società umana". Lo scopo, però, non era quello di apportare al modello giusnaturalistico una critica meramente antropologica né, tantomeno, quello di reintrodurre una concezione paternalistica del potere, ma era invece quello di contestualizzare la forma Stato nel divenire storico.

Il secolo XX si apre con la tragica esperienza della prima guerra mondiale. La crisi dello Stato liberale, che si mostrava ancor intimamente legato al pensiero giusnaturalista, inizia a metà ottocento con il diffondersi della rivoluzione industriale in Europa e con il corrispondente sorgere del movimento operaio, e mostra le sue estreme conseguenze proprio nell'evento bellico. Il pensiero segue fedele il fatto e comprendendolo gli dà senso e vita, la rottura del sistema hegeliano di Kierkegaard e Marx è la radice del contemporaneo esistenzialismo che rilegge il passato sotto nuova luce, che reinterpreta per innovare. Sia il pensiero di Vico che quello di Hegel vengono riletti e reinterpretati attraverso l'esistenzialismo che, figlio del suo tempo, era pensiero di "rottura" e che non poteva che ripartire dal soggetto per cercare la prassi in ciò che era divenuto sistema, per ricercare ancora una volta quella viva contrapposizione dialettica tra l'homo faber e l'homo gnoscens che con Hegel, da una parte, aveva raggiunto il suo compimento nell'identificazione del reale con il razionale, dall'altra si era estinta proprio nello stesso atto del compiersi, divenendo spiegazione del proprio tempo appreso col pensiero. L'incalzare della violenza della storia che aveva avuto così piena manifestazione nella prima guerra mondiale richiedeva, pertanto, che il passato fosse riletto alla luce del presente per divenire di nuovo prassi trasformante in grado di cogliere il mutamento che pure era avvenuto e che rendeva il sistema hegeliano perfetto ma inefficace.

L'Hegel del novecento diviene così anche l'Hegel di Kojève che fa della finitudine umana non punto di partenza ma punto d'arrivo, così come lo stesso Gian Battista Vico si attualizza nell'interpretazione di Enzo Paci. Ora però, se, da una parte, i due testi partono da simile prospettiva esistenzialista, dall'altra, sembra profittevole un paragone tra i due scritti in quanto, complice anche lo sfasamento temporale (il testo di Kojève è del '33 quello di Paci del '49), nella prospettiva paciana emerge un tentativo di ricostruzione di quell'Io trascendentale che l'esistenzialismo aveva completamente dissolto.

Il sistema hegeliano nella visione kojeviana è completamente ribaltato, il soggetto, in quanto essere storico e finito, che era il punto di partenza del sistema hegeliano diviene punto d'arrivo nell'interpretazione del Kojève. La dialettica Servo-Padrone che vedeva in Hegel il suo momento di conciliazione dinamica tra universale e particolare nella trascendenza del divenire storico, diviene rottura insanabile nella visione kojeviana. Negando il Kojève ogni tipo di trascendenza, teorizzava, di conseguenza, una assoluta immanenza del soggetto che portava, da un lato, il soggetto ad essere per la morte, dall'altro, a serie complicazioni nella determinazione di una dimensione intersoggettiva. Da una parte, infatti, si identificava la libertà del soggetto con la sua capacità di autodeterminazione, dall'altra tale determinazione, essendo stato negato ogni tipo di trascendenza, si concretizzava nel vedere l'alterità come limite assoluto della soggettività, rendendo impossibile una dimensione di essere-con non conflittuale. "Mentre per il cristiano questo Spirito "assoluto" è un Dio trascendente, per Hegel è L'Uomo-nel-mondo. E tale differenza radicale e irriducibile si riconduce in ultima analisi a questo: che lo Spirito cristiano è eterno ed infinito, mentre lo Spirito di cui parla Hegel è essenzialmente finito e mortale".

Le pagine del Kojève sono una bella espressione del disagio di quegli anni in cui l'esistenzialismo aveva il difficile compito di fare da avversario alla nascita storico-filosofica del totalitarismo sulle ceneri dello Stato liberale. Il suo compito, però, era di difficile riuscita, in quanto filosofia della rottura, l'esistenzialismo finì per tendere naturalmente al negativo. L'individuo, persa ogni fiducia nella polis come dimensione intersoggettiva, fu portato a chiudersi nella solitudine del suo privato e fu quindi facile vittima di un pubblico che negava con la forza della prassi ciò che l'esistenzialismo aveva affermato solo con la forza della penna. Scrive Lowith:" La singolarità, questa condizione per la decisione ed esistenzialità, ha un rapporto esatto, benché velato, per via di negazione, all'universalità pubblica in un mondo pianificato".

La negazione di un Io trascendentale, seppur in maniera indiretta, portava a vedere il politico unicamente come terreno di scontro. La dimensione del singolo come "cittadino" fu, in un certo qual modo, negata dall'esistenzialismo, il cui importante messaggio di "rottura" dal punto di vista filosofico, finiva inevitabilmente per tradursi in una fuga nel privato dal punto di vista politico. A ciò corrispose lo Stato come universale indistinto, il tentativo di perfetta conciliazione a-dialettica tra universale e particolare si tradusse nella negazione del soggetto. La legge generale, rompendo quel continuo processo dialettico di ricerca della sua validità nella concretezza della legge individuale, divenne violenza totalizzatrice che, aspirando alla completa conciliazione di universale e particolare, annullava il soggetto.

Ora, l'interpretazione paciana del pensiero di Vico, partendo anche essa da un punto di vista esistenzialista sembra, però, esser cosciente delle estreme conseguenze cui aveva portato quella netta contrapposizione tra esistenzialismo e totalitarismo. La guerra "totale" aveva portato distruzione e sgomento. Proprio da quelle macerie il pensiero doveva ripartire nel tentativo di porre su nuove basi il vivere civile. Il punto di partenza era forse proprio la rottura di quel dualismo esistenzialismo/totalitarismo che, nato in quanto opposizione alla crisi dello Stato liberale doveva trovare una battuta d'arresto nella seconda guerra mondiale che, di tale dualismo, rappresentava, in un certo qual modo, un tragico inveramento.

La rottura di tale dualismo comportava, quindi, seppur su nuove basi, la ricerca di un Io trascendentale che pur non potendo prescindere dall'esistenzialismo, dovesse in qualche modo superarlo, cercando il positivo proprio in ciò che aveva spiegato l'immane forza del negativo. Da un punto di vista politico ciò significava far ritrovare al singolo, che l'esistenzialismo aveva irrimediabilmente chiuso nel privato, una nuova dimensione di cittadino.

A questo mirava il Paci ricercando nel mito ciò che la ragione aveva distrutto. Ricercando nel pluralismo delle ideologie politiche ciò che il totalitarismo aveva annullato. Il dualismo fu rotto tornando ancora una volta al soggetto, visto però, non più come polo della dialettica universale particolare ma come termine medio attraverso il quale la trascendenza dell'idea si immanentizzava nella concretezza del mito. Il mito rappresentava, pertanto, il trait d'union tra la trascendenza dell'idea e la natura finita e storica dell'essere umano. La conciliazione appare, quindi, non più come razionalmente spiegata ma unicamente come possibile. " L'uomo non è se stesso, è posto al centro del mondo e non è l'armonia di tutti gli opposti: ma è suo compito, suo fine e fine del genere umano, il tendere all'idea dell'umanità come sintesi di natura e di verità, di molteplicità ed unità. La sintesi ci appare non come presente ma come proiettata nel futuro e la sua attuazione è affidata alla cultura alla visione del vero alla filosofia". La natura storica e finita dell'uomo permette di concepire il vero non nella forma manifesta della ragione spiegata ma nella forma ambigua del mito che rivela eppure nasconde, ma che, in sostanza, ricerca il vero non più nella ragione tutta spiegata ma nel divenire storico che coglie, al contempo, il soggetto nel suo presente, in quanto essere finito, ma anche nel suo rapporto con il passato e con il futuro, in quanto essere che, artefice del progresso, attualizza e nega continuamente il vero. Scrive Lowith:" Progressi possibili fino ad una certa perfezione relativa sono essenzialmente propri della storia dell'umano agire. Si tratta di determinati singoli progressi al plurale. Tali progressi non si fondano su una fede nel progresso e non sono un'illusione, bensì sono fenomeni della storia dell'uomo. Ma non ci dicono che la storia in quanto tale e nella sua totalità abbia un moto continuo in avanti nel senso di un progresso verso un fine".

Il soggetto, quindi, pur rimanendo essere storico e finito diveniva capace di progresso e per questo capace di ritrovare un rapporto di alterità che non fosse solo conflittuale ma realmente intersoggettivo nel comune credo del mito. Ciò finiva per ridare spazio alla dimensione politica del soggetto che incredibilmente annullato dalla sua fuga nel privato cercava di esser nuovamente cittadino. Il mito, infatti, diviene ideologia politica che cosciente del divenire storico, non tenta più di imporsi come ragione spiegata totalizzante ma come "discorso migliore", che vede il vero non più come spiegato ma solamente come possibile ed è, pertanto, disposto ad accettare il pluralismo come sua intrinseca possibilità d'errore. Così come il mito è vero solo per chi crede, allo stesso modo il "discorso migliore" è vero solo nel momento in cui l'astratta legge generale diviene concreta legge individuale e quindi libertà in situazione. Sembra però utile precisare che il discorso migliore nell'accezione dei moderni e ben diverso dal discorso sofistico, in quanto il discorso sofistico è vero poiché persuade, il discorso migliore persuade poiché vero, cioè poiché è prassi realmente trasformante. Scrive Paci:" La politica attraverso i miti e le immagini dell'eloquenza, noi diremmo attraverso le ideologie, spinge l'uomo a superare la propria barbarie e a costruire un mondo civile. La prudenza, come l' immagine riconduce gli infiniti verosimili a una unità che sarà poi armonia dei molteplici. Non bisogna trascurare la natura esistenziale dell'uomo per contrapporre ad essa un ideale di verità: un tale metodo impedisce insieme sia lo sviluppo dell'eloquenza sia della prudenza".

Il concetto di diritto naturale assolutamente negato dall'esistenzialismo prima maniera viene ripreso nell'interpretazione paciana di Vico, non viene, però, considerato giusnaturalisticamente come una realtà fattuale, ma come una possibilità verso la quale l'uomo tende progredendo nel divenire storico. "Il Vico aveva intuito, insomma, sia pure oscuramente, che il diritto universale non era un fatto, altrimenti sarebbe rimasto fermo alle posizioni del giusnaturalismo, ma un metodo, una legge ideale eterna che era insieme legge e principio metodologico della storia come era principio metodologico del diritto. Il principio generale del diritto non è secondo il nostro punto di vista, nella classificazione empirica nel seno di un concetto di universale estensione...ma nella legge di formazione che determina e disegna la fenomenologia e la dialettica delle varie forme del diritto e della cultura". Il diritto naturale, pertanto, non può esser concepito che in rapporto al divenire storico, da legge astratta deve divenire immagine del continuo rapporto dialettico tra fatto e vero ed escludere, pertanto, le opposte concezioni del positivismo giuridico da una parte, e del formalismo giuridico dall'altra. "Tale interpretazione del principio universale del diritto, che è una interpretazione metodologica, è critica di tutte le sintesi parziali e supera l'idea del diritto naturale che postula l'ideale di una sintesi astratta in sé chiusa, è interpretazione che esclude ogni definizione realistica del diritto in quanto è legge di formazione e di dialetticità di ogni sfera del diritto ed esclude sia il puro formalismo giuridico sia il positivismo giuridico".


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