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Articolo da L'Unità del 9 febbraio 2000
di Piero Villaggio Professore di Scienze delle costruzioni Dip. di Ingegneria Strutturale Università di Pisa
La maggior parte dei cittadini ignora che in questi ultimi mesi, si sta varando una riforma universitaria che avrà conseguenze profonde sulla vita e sul ruolo culturale del nostro paese. E' vero che saltuariamente, appare su qualche quotidiano un articolo di denuncia e di allarme su quanto sta avvenendo, ma purtroppo a differenza di altre occasioni, il mondo universitario non ha preso un'azione compatta per bloccare tanti provvedimenti insensati ed intimamente contraddittori. Per l'ingegneria è accaduto questo. A confronto con ciò che si verifica in altre università europee si era constatato che il tempo medio di permanenza di uno studente nelle università nazionali è superiore che altrove, con la conseguenza di immettere nel mondo del lavoro elementi anziani e poco flessibili ad adeguarsi ai compiti richiesti dalle aziende. D'altra parte si avvertiva il pericolo di una preparazione troppo specialistica che priva i nostri laureati di quelle conoscenze in discipline economiche, sociali, giuridiche, che sono sempre più insistentemente richieste nel dirigere una fabbrica o semplicemente nel vendere un certo prodotto. Si trattava evidentemente di due esigenze avvertite da molti seppure non conciliabili tra loro. Chiunque si sarebbe immaginato che una riforma ragionevole avrebbe separato i due casi: riservando i corsi di diploma all'istruzione di tecnici a rapido impiego; destinando i corsi di laurea tradizionali alla formazione di ingegneri polivalenti. Per il primo obbiettivo bastava articolare in modo equilibrato i programmi dei corsi di diploma; per il secondo bastava spazzare via dai corsi di laurea la quasi totalità degli insegnamenti descrittivi e nozionistici a favore di poche materie fondamentali come la matematica la fisica, la chimica, ed eventualmente, aggiungendo un corso generale di economia e di altre materie di cui si avvertiva la mancanza. Viceversa i rimedi previsti sono esattamente l'opposto: unificazione di lauree e diplomi; abolizione fattuale delle materie fondamentali; mantenimento di tutti i corsi cosiddetti professionali; promozione facile; tutorato fantasma; altri provvedimenti demagogici del genere. Tutto ciò sarebbe accettabile se si pensa che un ingegnere, diplomato o laureato che sia, debba essere un animale che applica ripetitivamente le nozioni che gli sono state impartite ma senza, per carità, metterle in discussione. Ma, questo contrasta violentemente con la visione dell'ingegnere come propositore critico di modelli, vale a dire di un personaggio capace di descrivere i fenomeni fisici ed escogitare gli interventi teorici per sfruttare tali fenomeni con la massima semplicità compatibile con la complessità dei medesimi. Modelli esemplari in tal senso sono le equazioni di Newton in meccanica, la legge di Fourier sulla trasmissione del calore, i principi che generano le reazioni chimiche, la legge di Pareto in economia, le equazioni di Volterra e Lotka sulla competizione fra specie. Un siffatto tipo di istruzione si piò impartire con poca fatica ed alto rendimento con una riforma coraggiosa ed illuminata. Tutti lamentano il fatto che l'industria italiana, a tutti i livelli, vive alla giornata, alla ricerca di piccole migliorie, ma eliminando la ricerca fondamentale. Eppure tutti sanno che il futuro dell'ingegneria non è limitato al progetto delle macchine, delle reti elettriche, delle miscele di lubrificanti, perché questi stessi metodi di osservazione ed astrazione si potranno applicare con successo alla meteorologia, alla biologia, alla medicina, purchè ci sia una classe di protagonisti competenti e fantasiosi. Secondo Hegel lo Spirito si afferma comunque durante i millenni, tuttavia è abbastanza astuto da cercarsi il posto più adatto in cui svilupparsi. Non sarà certo qui, almeno per quanto riguarda la ricerca applicata.
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