Stando ai dati che frequentemente vengono pubblicati da autorevoli testate nazionali, l'Italia è il paese dell' Unione Europea che ha il più alto numero di iscritti all'università, il più basso numero di laureati e il più alto numero di fuori corso.
A prima vista tali dati potrebbero essere interpretati solo in due modi: o gli studenti italiani hanno un livello di intelligenza inferiore alla media europea oppure la nostra università è più selettiva puntando quindi più sulla qualità che sulla quantità. Entrambe queste interpretazioni sono senz'altro da considerarsi sbagliate poiché se non è vero, come in effetti non lo è, che gli studenti italiani sono inferiori per intelligenza ai loro colleghi europei, allo stesso tempo di certo non si può dire che i laureati italiani abbiano una preparazione superiore agli altri. Allora dunque si deve per forza desumere che vi siano altre ragioni che conducono ad un simile stato di cose. Proviamo ad individuarne sommariamente alcune.
Innanzitutto si può porre l'attenzione sull'aspetto della dispersione dell'ambiente universitario; spesso gli iscritti all'università italiana rappresentano solo dei numeri e si riscontra un distacco enorme tre gli studenti e i docenti, inoltre in alcune sedi a causa del sovraffollamento è addirittura quasi impossibile seguire le lezioni.
Dunque sarebbe in primis necessaria una maggiore capillarità del sistema universitario (cosa che per fortuna già è in corso)
Un altra causa può essere riscontrata nella composizione dei piani di studio. Infatti avviene che attorno agli esami base, la cui conoscenza è realmente indispensabile per poter esercitare in futuro una professione, gravitano tutta una serie di esami complementari e para-complementari che in linea teorica sono senz'altro fondamentali nella formazione dello studente, ma che in pratica non lasciano alcuna traccia; questi vengono infatti intesi, nella quasi la totalità dei casi, solo come una pratica da sbrigare nel minor tempo possibile. Tra l'altro già il semplice fatto che questo tipo di corsi presentano la caratteristica di essere interscambiabili dimostra quanto poco siano tenuti in considerazione.
Ovviamente poi le energie spese per tale categoria di esami sono energie sottratte ad una maggior conoscenza degli esami fondamentali: il rischio che alla fine del corso di studi non si conosca né l'uno né l'altro è quindi elevato.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è inoltre quello dei libri di testo. A parte il fatto che non tutti sono di valore, bisogna aggiungere che molto spesso a questi vengono abbinate delle non meglio specificate parti speciali, il più delle volte consistono in noiose monografie, la cui reale funzione è tutta da individuare. E' evidente che in tal modo si va a provocare un danno (in termini di concentrazione) allo studio dei manuali base indispensabili per una concreta conoscenza della materia. Al riguardo sarebbe pertanto auspicabile un' autority ministeriale che vagli la validità e quindi l'adottabilità dei libri di testo.
In linea generale dunque, al fine di migliorare il nostro sistema universitario in termini di competitività, sarebbe opportuno abbandonare la visione ottocentesca dell'università che ci ha accompagnato fino ad oggi quale luogo di massima cultura, ed inquadrare invece tale istituzione nella società contemporanea basata sulla praticità e sulla velocità. Si badi bene comunque che in tal modo non si vuole assolutamente sminuire il ruolo che la cultura deve svolgere nella forma mentis dei soggetti, ma si vuole solo prendere atto di uno stato di cose.
Infatti l'università di oggi non può essere assolutamente più considerato come un luogo di cultura per il semplice fatto che non lo è. Questo è un dato di fatto di oggettivo, che può constatare chiunque metta piede in un ateneo, le cui cause (demandiamo un esame puntuale delle stesse ad altra sede) in linea generale vanno ricercate da un lato nella estrema difficoltà di coniugare il binomio "cultura-massa" e dall'altro nella complessità della società contemporanea.
In conclusione dunque è meglio puntare ad avere in futuro laureati professionalmente più preparati ed in grado di poter competere alla meglio con i loro colleghi europei, che inseguire obiettivi che i fatti stessi dimostrano impossibili da raggiungere.