Stiamo vivendo un periodo di profonde trasformazioni. I processi di divisione internazionale del lavoro sono in rapido cambiamento. La globalizzazione delle relazioni economiche e sociali è divenuta ormai irreversibile.
Dal dibattito che nel passato recente e meno recente si è registrato nel Paese non è mai emerso in termini chiari il ruolo che la scuola in generale e l'Università in particolare debbano avere nel nostro Paese, che si trova a vivere questa fase di profonde trasformazioni.
Bisogna superare i momenti di incertezze e di confusione che abbiamo vissuto ed ancora viviamo in ordine al destino e al ruolo della scuola nella nostra Società.
Per superarli, occorre essere responsabilmente convinti che la società di domani è una società che lascia alle sue spalle gran parte delle categorie concettuali fin qui elaborate.
Siamo ormai entrati in una società che richiede capitale umano sempre più qualificato e ricco di valori. Quindi: richiede un sistema universitario sviluppato, efficiente, per potere pienamente svolgere le tre fondamentali funzioni: formazione ad alto livello, ricerca e aggregazione culturale.
Ad una società sempre più aperta, culturalmente più complessa, policentrica e multirazziale, sempre più terziarizzata, informatizzata e flessibile bisogna rispondere con un sistema universitario in grado di offrire ai giovani i necessari strumenti di cultura e di conoscenze, per poter comprendere prima e governare poi i complessi e continui mutamenti della società e del mondo produttivo, in particolare.
Una società tende ad essere colonizzata nella produzione e nella disponibilità delle sue risorse quando in essa risulta debole lo sviluppo della ricerca e della produzione di quel sapere critico di cui l'Università è, nella tradizione culturale europea, la sede propria di riferimento.
Per evitare al nostro Paese una siffatta prospettiva, occorre, e prontamente, realizzare una Università in grado di produrre valori critici e professionalità; i primi, essenziali per poter governare la socialità nella diversità; le seconde, per generare ricchezza e sviluppo.
Il futuro del Paese si gioca sulla crescita e diffusione del sapere. Un Paese è infatti ciò che produce il suo sapere.
Il nostro sistema universitario non sembra in grado di raccogliere e superare le sfide che provengono dalle trasformazioni in atto. Non è più possibile sottovalutare o, peggio ancora, ignorare il lento e inesorabile declino del nostro Paese nei confronti delle società avanzate. Oggi, l'Italia è un Paese che, fra i Paesi avanzati, presenta la più bassa percentuale di esportazioni di prodotti ad alto contenuto tecnologico.
La riforma universitaria, nota con l'aritmetica espressione del tre più due, promossa con legge delega, quindi senza alcun dibattito parlamentare, e che dev'essere attuata a partire dal prossimo anno accademico, così come è oggi articolata e definita, non appare adeguata alle esigenze della società.
Noi, docenti de La Sapienza, siamo convinti che, se attuata secondo i criteri e le modalità in atto realizzerà nel Paese un sistema universitario ancora più inefficiente di quello attuale.
La riforma poggia su un'ambiguità di fondo. Da un lato, infatti, persegue l'obiettivo di creare una laurea breve che costituisca un titolo atto a garantire l'ingresso precoce del giovane nel mercato del lavoro; dall'altro, persegue l'obiettivo che la laurea breve rappresenti un titolo idoneo a consentire l'accesso a corsi di specializzazione e qualificazione, di livello superiore. Ambiguità che, se non affrontata e risolta, non può non condurre al suo fallimento.
Il miope prevalere della convinzione che tutti i corsi di laurea debbano essere racchiusi in tre anni ha, nella quasi totalità dei casi, trovato la facile soluzione in riduzioni sostanziali qualitativi e quantitativi dei programmi delle singole discipline. Un modo eufemistico questo per nascondere una realtà: le lauree brevi rappresentano un titolo di studio più dequalificato rispetto a quello attuale.
Il processo di dequalificazione risulta ancor più accentuato dall'assurda pretesa di voler attivare la riforma universitaria senza introdurre nuove metodologie nella didattica, senza le necessarie dotazioni di laboratori e di spazi, senza il monitoraggio del carico e della qualità di lavoro degli studenti, senza l'approvazione di uno stato giuridico non demagogico e in grado di promuovere la qualità della docenza, e così via. Ossia, dall'assurda pretesa di voler continuare lungo la vecchia e fallimentare strada della realizzazione delle riforme senza il dovuto impiego di risorse.
Come si fa a ritenere che La Sapienza, il più grande e popolato Ateneo universitario, possa garantire l'efficiente ed efficace funzionamento della riforma con gli stessi spazi, gli stessi laboratori, lo stesso sistema informatico che hanno fin qui caratterizzato la sua attività? Noi, docenti de La Sapienza, riteniamo questo un obiettivo impossibile.
La stagione delle realizzazioni delle riforme a costo zero deve considerarsi finita!
Alla luce delle esigenze imposte dai mutamenti in atto nella società; alla luce delle richieste di contenuti conoscitivi provenienti dalle trasformazioni del mondo della produzione rivolgiamo un appello al Governo perché nella definizione delle linee programmatiche ponga particolare attenzione alla politica di intervento nella ricerca e nella Università, dal cui sviluppo dipende lo sviluppo del Paese.
Per quanto attiene la politica d'intervento nel breve periodo, rivolgiamo un invito al Governo perché prontamente proceda ad un puntuale approfondimento e ad una puntuale verifica delle possibilità di successo dell'attuazione della riforma universitaria a partire dal prossimo anno accademico. Approfondimento e verifica che, nel rispetto e nella difesa dell'autonomia universitaria, riteniamo debbano essere effettuati coinvolgendo, nelle diverse sedi istituzionali, i rappresentanti degli studenti e dei docenti. In particolare, data la delicatezza del momento che stiamo vivendo, riteniamo che i Magnifici Rettori, che nella sede della Conferenza Permanente trovano la loro espressione unitaria di governo del nostro sistema universitario, debbano assicurare il Parlamento e il Governo del Paese che ciascuna Università e, quindi, l'intero sistema universitario italiano sia oggi in grado di attuare la riforma nei termini e nei modi richiesti dalle trasformazioni in atto della Società.
Se tale assicurazione non viene fornita, noi riteniamo che l'attuazione della riforma debba essere sospesa per un anno, almeno. Ciò, per avere il tempo di analizzare i risultati della sperimentazione avviata in qualche Facoltà e verificare la validità della formula scelta di fissare la durata in tre anni indistintamente per tutti i corsi di laurea breve.
Ove la strada della sospensione non si dovesse dimostrare percorribile, formuliamo l'invito al Governo di garantire l'attivazione, come per altro auspicato da docenti di altri Atenei, del solo primo anno delle nuove lauree brevi e di indicare nel contempo, con la dovuta chiarezza, il quadro generale di riferimento, le linee di intervento da adottare e gli strumenti operativi da introdurre perché gli ostacoli e le difficoltà fin qui ravvisati possano essere superati, così da poter garantire prospettive certe di sviluppo alla nostra Università e, per tal via, di crescita culturale e professionale ai nostri giovani.
Roma, 5 giugno 2001