Alla fine della prima guerra mondiale, la Calabria contò ben 20.000 morti, su 1.000 chiamati ne erano caduti 113, una percentuale inferiore solo a quella della Sardegna e della Basilicata. L'alto prezzo pagato al "giorno virile" dell'intervento avrebbe avuto conseguenze importanti per la popolazione calabrese, da un lato, era presente la consapevolezza del proprio inserimento nella storia nazionale, dall'altro, saliva forte la domanda di riparazione dei sacrifici compiuti. I soldati calabresi in larghissima maggioranza contadini, durante la guerra erano entrati in contatto con l'altra Italia, nei lunghi mesi passati in trincea insieme ai "polentoni" avevano compreso l'arretratezza del loro stato nei propri paesi d'origine. Molti ufficiali avevano maturato idee di rivolta contro il passato, in ampi strati di soldati-contadini si era diffuso il desiderio di cambiamento, la volontà di partecipazione attiva alle vicende locali. Il fenomeno era generale e per cio' stesso rivoluzionario, il vecchio assetto veniva ora messo in discussione. La crisi dello stato liberale si faceva piu' acuta, la nascita dei partiti di massa colpiva vecchi equilibri che la guerra aveva incrinato definitivamente. A tutto questo la Calabria non era estranea, anzi s'inseriva a pieno titolo nelle vicende nazionali, sebbene i ritmi e le qualità del suo travaglio fossero necessariamente diversi da quelli delle regioni più industrializzate. La regione dopo l'esplosione della pace entrava in una fase di forte conflittualità, per la prima volta nella sua storia esprimeva un moto contadino guidato da linee politiche, nello stesso tempo il ceto medio cittadino e la piccola borghesia rurale s'inserivano decisamente nella lotta politico-sociale. Questa forte pressione dalla base incrinava i tradizionali gruppi di potere, obbligava i notabili ad organizzare diversamente la loro egemonia e nello stesso tempo provocava gravi fratture nel campo delle sinistre, dove le guide storiche, più o meno unite prima della guerra contro il giolittismo, ora erano forzate ad operare nuove scelte, ad una maggiore differenziazione.
Anche in Calabria il dopoguerra era iniziato con numerose manifestazioni contro il carovita, in tutte e tre le provincie la crescente inflazione, unita alla disoccupazione e alla difficile riconversione dei reduci, spingeva a forti proteste, sia nei centri urbani che nelle campagne. Ben presto la protesta si era trasformata in opposizione alle amministrazioni locali, accusate spesso di complicità con accaparratori e speculatori, inoltre aveva preso il via anche un forte movimento contadino contro i latifondisti e gli usurpatori delle terre demaniali. "Ancone il Carruso, i pini di Angelica, Flavia, Baronali: tutta terra usurpata, sangue dei poveri, beni collettivi del comune che poteva essere il più ricco della provincia e invece era tra i più poveri, e doveva mandare i suoi figli in America, in un altro mondo, a procacciarsi un tozzo di pane. Il paese, chiuso in un cerchio di ferro da quei vasti latifondi passati non si sa come nelle mani dei signori forestieri, non si respirava........."Si apre cosi il romanzo Emigranti scritto da Francesco Perri nel 1927,terra ed emigrazione ne sono i poli essenziali, l'impulso dato dalla guerra a centri come Careri(paese di dell'autore) fino ad allora dormienti e dominati dall'analfabetismo vi è descritto in modo esemplare ,cosi' come il ruolo svolto dalle guide piccolo-borghesi "altre volte si era tentato di rivendicare quei benedetti terreni demaniali,...ma alla resa dei conti non si era mai concluso nulla", dopo la guerra però le cose cambiano esistono ora i documenti sulle usurpazioni e soprattutto appaiono le guide :"alla testa del popolo vi era il sindaco, un avvocato giovane, che sapeva dove mettere le mani, e insieme a lui vi era il maestro elementare ...un giovanotto anche lui che aveva studiato a Messina quattro anni, e sapeva leggere e scrivere come un patreterno". Careri non era un caso singolo, molti altri paesi partecipavano alla stessa lotta, rivendicando l'assegnazione delle terre incolte. Il governo in risposta a tali fermenti aveva mostrato di voler mantenere fede alle promesse fatte nell'ultimo periodo di guerra e aveva approvato il decreto Vissocchi, che dava la possibilità ai prefetti di espropriare i terreni incolti o insufficientemente coltivati, e di concederli temporaneamente ad associazioni od enti. Ma il moto non si era attestato, anzi, era andato ben oltre investendo in pieno lo stesso diritto di proprietà, il fenomeno non era diffuso solo nei paesi dell'area meridionale dell'Aspromonte, ma riguardava anche il marchesato di Crotone e l'altopiano della Sila. In proposito molto azzeccata fu un'osservazione di Nitti, il quale rilevò come nelle zone del latifondo il rapporto tra contadini e proprietari si fosse da tempo trasformato in odio di classe. Comunque sia, il dato nuovo, certamente più rilevante era, come già detto, il senso politico che le lotte contadine stavano assumendo in quel contesto. Nel luglio del 19 il prefetto di CZ avvertiva "in questi ultimi tempi furono moltiplicate ed effettuate le fondazioni di nuove società e leghe operaie dagli organizzatori socialisti Mastracchi e Caporale e la loro propaganda di idee avanzate va intensificandosi sempre piu' in questa provincia ad in modo speciale verso la classe dei contadini a cui si fa balenare la speranza della appropriazione della totalità o quasi dei prodotti del suolo da essi coltivati" Non era diversa la situazione nel reggino anche qui guide socialiste dirigevano agitazioni ed occupazioni. In questa fase va notata la scarsa presenza cattolica, tranne nella zona di Cosenza dove operava De Cardona, guida del leghismo bianco. D'altra parte, il campo agrario non aveva tardato ad organizzarsi, da un lato premevano i grandi proprietari del crotonese che contestavano la possibilità di formare piccole proprietà nel latifondo se prima non si fosse risolto il problema della malaria e quello dell'irrigazione, secondo il Tallarico "...voler dare ai contadini il possesso dei terreni nelle attuali condizioni sanitarie sarebbe una vera follia " Dall'altro si cementava la resistenza dei medi e talora piccoli proprietari nei cui confronti si esercitava una pressione contadina fino ad allora sconosciuta. L'incrocio tra la situazione calabrese e le contemporanee vicende nazionali, il richiamo alla rivoluzione d'ottobre, non potevano non accentuare lo scontro contribuendo ad estremizzare la posizione dei proprietari sempre piu' favorevoli ad una linea repressiva. Anche nelle aree non latifondistiche, nelle quali si lottava soprattutto per la modifica dei patti agrari, questo rapporto tra spinta popolare e direzione politica creava una situazione di completa rottura, esemplare la situazione ad Amantea dove l'associazione dei proprietari accusava esplicitamente la propaganda socialista della resistenza degli affittuari, in un documento dei proprietari si legge "coalizzandosi ieri come appartenenti alla lega contadina ,oggi iscritti, inconsciamente ,al partito socialista, rifiutando di trattare coi proprietari....continuano nel sistema di rappresaglie, cercano di imporsi con la forza......"
Politica dunque, questa era la direzione che lo scontro sociale andava assumendo in quegli anni in Calabria, non mancavano i motivi materiali, anzi, questi erano il nocciolo della questione, ma ora a differenza di prima della guerra, le agitazioni e le lotte contadine avevano compiuto un salto di qualità', non erano più' legate esclusivamente a bisogni materiali ad esigenze contingenti ma assumevano come detto una spiccata valenza politica ed ideologica. Il profilo della regione rimaneva in ogni caso rurale, quasi metà della popolazione era dedita all'agricoltura e solo il10% ad attività industriali. All'interno del mondo agricolo si era pero verificata una certa differenziazione era diminuito il numero dei braccianti e si era fortemente elevato quello dei coltivatori diretti, ma in ogni caso la ruralizzazione della regione non si era arrestata "fra i due ultimi censimenti l'incremento della popolazione agricola è stato in Calabria piu' che doppio rispetto a quello riscontratosi nel regno". Reggio era la città meno rurale della regione con 11 agricoltori su 100 abitanti, Catanzaro 18 su 100,Cosenza 25. Va precisato che la composizione interna delle quote contadine era abbastanza diversificata:a Catanzaro dominavano la scena i braccianti, c'erano pochi coltivatori diretti e pochissimi coloni .A Reggio invece c'erano molti coloni, il triplo dei coltivatori diretti, ma anche numerosi braccianti, infine a Cosenza erano pochi i braccianti ma rilevante la presenza dei coltivatori diretti. Reggio aveva una quota industriale del 21%con una consistente presenza di addetti ai trasporti, Catanzaro del16 % Cosenza del 12%. Rispetto a RG e CZ a Cosenza era superiore la percentuale degli addetti al commercio e delle professioni liberali, aveva anche piu' addetti nelle professioni sanitarie mentre Catanzaro ne aveva di piu' nell'insegnamento e nelle professioni legali .Un dato significativo era la piu' alta percentuale di proprietari o benestanti presente a Catanzaro, quasi doppia che a Reggio addirittura tripla che a Cosenza .Un dato comune ai tre capoluoghi era il crescente peso assunto dalla condizione non professionale( casalinghe ,studenti)
Questo era il quadro generale della regione ,tra il 1919 e il 1920, in questo contesto un enorme importanza in senso innovatore e destabillizzante avrebbe assunto la nuova legge elettorale, nonche ovviamente le elezioni politiche del 19 e del 21 e quelle amministrative del 20.La nuova legge elettorale aveva esteso da un lato il suffragio a tutti i cittadini con piu' di 21 anni, ampliando notevolmente la base elettorale, dall'altro aveva abolito il sistema uninominale sostituendolo con le circoscrizioni e con lo scrutinio di lista, nelle elezioni del 21 la circoscrizione da provinciale era divenuta regionale, sempre con scrutinio di lista. In Calabria gli elettori passavano dal22% al 30% della popolazione il che significava la potenziale mobilitazione di oltre 450 mila abitanti, in più il passaggio prima alle circoscrizioni provinciali, poi nel 21, a quella unica regionale, costringeva gli elettori calabresi a superare le radicate divisioni locali, i clientelismi di paese e di contrada, provocando tra l'altro il crollo delle oligarchie locali. Per le popolazioni calabresi abituate a vivere all'interno di un orizzonte ristretto, legato esclusivamente al luogo di nascita ,al paese ,alla parrocchia, la necessita di scegliere a livello regionale era una vera e propria rivoluzione Tutto questo non avvenne senza disagi e contraddizioni, Biagio Camagna che aveva dominato per lungo tempo il collegio di Reggio dopo la sconfitta elettorale esprimeva il suo disappunto: "se ogni riforma elettorale fece delle vittime meglio è che tale sorte sia toccata a me anziche ad altri e con 32.780 voti cedo il posto a chi ha riportato 23.000". La soppressione del sistema uninominale era stata approvata come principio ma aveva però turbato buona parte della rappresentanza politica. Al di là di tutto questo, l'introduzione dello scrutinio di lista con rappresentanza proporzionale aveva un altro grande significato politico: entravano in campo i partiti di massa ,la politica dei singoli era finita, uomini da sempre avversari negli antichi collegi, erano costretti a nuove scelte non sempre facili. Le ragioni di tali scelte erano in parte legate alla conservazione delle proprie posizioni di forza, ma anche da valutazioni prettamente politiche. In particolare di fronte all'ingresso di socialisti e cattolici, anche le forze liberal-democratiche erano costrette ad aggregarsi .Nel 19 questo processo di osmosi modifico' sostanzialmente la geografia elettorale: in tutto il territorio, in tutte e tre le province, il campo liberal democratico si era riaggregato su basi comuni, ciò era evidente soprattutto nel cosentino e nel reggino, dove si presento una lista unica liberale democratica, nel catanzarese invece i liberali e i democratici presentarono due liste, ma questo rispondeva alla maggiore frammentazione politica di quel territorio dove si presentarono ben sette liste contro le quattro del cosentino e reggino . Per quanto riguarda le altre formazioni politiche i popolari ed i combattenti erano presenti in tutte e tre le provincie i socialisti in due (Reggio e Catanzaro) i radicali in una (Cosenza) Tornando ai liberal democratici e al fenomeno di coagulazione di cui sono ora protagonisti, va detto che le ragioni di tale scelta erano legate in parte alla conservazione delle proprie tradizionali posizioni di forza, ma non vi era estranea la componente piu' propriamente politica, dettata appunto dalla consapevolezza che il clima politico era mutato e che era necessario anche cambiare il modo di fare politica .In particolare è emblematica la convergenza nel partito democratico di Larussa e di Renda, il primo proveniente dal partito radicale l'altro da posizioni di destra., già nella dislocazione della rappresentanza politica erano presenti i mutamenti indotti dalla guerra e dalla ripresa post bellica: Un ulteriore coagulazione, si verifica nelle elezioni successive del 21 connessa evidentemente alle forti tensioni dei mesi precedenti. Alla scissione socialista, con la conseguenziale presentazione della lista comunista, corrisponde una ancora più marcata concentrazione al centro, dove si ritrovano non solo Colosimo Fera De Nava ma anche Albanese,Lombardi,Renda,Serrae poi Squitti, Berardelli, cioe radicali, liberali, democratici, uomini provenienti da destra, tutti insieme ricompattati. Questa ricomposizione del centro, rappresentava da un lato l'abbandono delle precedenti posizioni di democrazia progressista, dall'altro la scomparsa dell'area di sinistra vecchio stampo, un'area intermedia molto importante che fino ad allora aveva funzionato come area di decompressione, punto di passaggio tra democrazia più' spinta e socialismo, le posizioni si radicalizzavano e aumentavano inesorabilmente le distanze in un clima sempre piu teso. Per quanto riguarda i risultati, tra l'una e l'altra prova le novità più significative venivano dal crollo dei combattenti, dalla tenuta dei popolari e dall'affermazione dei socialisti; il fronte centrale liberal democratico tenne decisamente bene offrendo la conferma della sua forte presa sulla societa'. Per quanto riguarda più in dettaglio i risultati, nel 19 i liberal democratici conquistano 11 seggi i radicali 3 i combattenti 5 i popolari 4 socialisti nel catanzarese e reggino arrivano al 10% ma non ottengono seggi. Nel 21 le due liste liberal democratiche conquistano 14 seggi, i loro 11, più i 3 dei radicali, i popolari 4, i combattenti 3, i socialisti 2, i comunisti nessuno. In sostanza i liberal democratici avevano conquistato piu' della meta dell'elettorato con il 56,4% i popolari il 18,5%, i combattenti il 13,4% e i socialisti il 9,7%. Questi risultati rappresentano bene il travaglio della societa' calabrese di allora, legata da un lato ai suoi arretrati caratteri strutturali, dall'altro vincolata, nei suoi caratteri innovativi a fattori antagonistici che spingevano le forze emergenti su posizioni contestative, bloccandone l'azione . Un particolare importante è lo sfondamento, che, in questi frangenti, compie il partito socialista nelle campagne contraddicendo il tradizionale disinteresse del socialismo ufficiale per la questione agraria meridionale, si superava cosi' un grave limite del socialismo calabrese anteguerra. Il partito socialista rimaneva pero' dominato dalla linea riformista che si articolava su basi prettamente piccolo borghesi e artigiane dunque restava difficile assumere il tema contadino come motivo centrale per la lotta di massa tenendo poi conto della specifica composizione del mondo contadino calabrese in cui il piccolo proprietario e il bracciante spesso convivevano insieme si capisce come fosse difficile e pericoloso il discorso della socializzazione della terra. Comunque, Gli spostamenti elettorali del 19 e del 21 avevano mostrato la tenuta del rapporto tra posizioni costituzionali e società, a questa tenuta contribuirono anche i primi nuclei fascisti che tennero il loro primo convegno regionale a San Lucido e che nel 21 decisero di appoggiare il "listone" democratico, a dimostrazione della loro debolezza organizzativa in quella fase.