Salvemini, uno dei personaggi più importanti della storia politica del nostro Paese, celebre tra le altre cose, per la famosa battaglia che lo vide impegnato contro un altro importantissimo pensatore italiano Gaetano Mosca, non tenne mai un diario, tranne che per un breve periodo tra il novembre del 1922 e il settembre del 1924. Non avrebbe potuto scegliere periodo migliore. Questo diario intitolato, Memorie e soliloqui dallo stesso Salvemini fu pubblicato per la prima volta nel 1966, ora ritorna in una nuova edizione, edita dal mulino e arricchita da un saggio introduttivo di Roberto Vivarelli e dall'apparato critico di Roberto Pertici. Qualche settimana fa, ne ha dato una preziosa anticipazione dalle pagine de LA STAMPA, Paolo Mieli. Noi abbiamo deciso di offrire qualche stralcio dell'articolo di Mieli, convinti che possa essere un importante spunto di riflessione e discussione, nonché un ottimo invito alla lettura.
Da LA STAMPA di domenica 28 gennaio 2001
" [...] Tema dominante delle pagine salveminiane è la ricostruzione degli eventi che precedettero l'ascesa di Mussolini. Salvemini racconti dei suoi colloqui con personaggi di più o meno grande rilievo come Carlo Sforza, Giovanni Amandola, Giuseppe E. Modigliani, Luigi Albertini, Giustino Fortunato….che gli riferiscono significativi dettagli su quelle tormentate settimane. Ne viene fuori un quadro ricco di intuizioni sul fascismo. Quello che si affermò nel '22. E quello che sarebbe stato in seguito. Annota giustamente Vivarelli che la posizione di Salvemini fin dall'inizio è di "ostile estraneità nei confronti del movimento di Mussolini". Ma è interessante andare a vedere di che pasta era fatta questa "ostile estraneità". La sorpresa è che essa si accompagnava ad una estraneità, per così dire, ancora più ostile nei confronti dell'Italia liberale di quella socialista che proprio in quel frangente si andava dissolvendo. Per cominciare colpisce il fatto che le prime pagine del diario, quelle scritte a ridosso della fiducia concessa dalla Camera a Mussolini (306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti), siano di critica pressoché esclusiva nei confronti del leader socialista Filippo Turati il quale, ovviamente, aveva negato il voto positivo al governo. " Il discorso pronunciato ieri da Turati alla Camera" scrive Salvemini il 18 novembre, " è uno dei più spaventevoli documenti dell'abiezione morale a cui sono discesi i nostri uomini politici. Era già inaudito che i socialisti si lasciassero dire le insolenze brutali con cui costui si presentò alla Camera. Era inaudito che non si fossero dimessi tutti insieme senza neanche presentarsi alla Camera. Era inaudito che non si levassero tutti in piedi ed abbandonassero la Camera mandando le dimissioni dopo le prime insolenze mussoliniane. Avevano fatto nel '19 la disgustosa scenata di uscire dalla Camera all'entrata del Re; potevano, dovevano, con molta maggior ragione, fare altrettanto con Mussolini. Era questione di dignità umana." Poi si passa più specificatamente alla figura di Filippo Turati. Il suo discorso annota Salvemini "supera ogni limite di abiezione intellettuale e morale. Quel miserabile vecchio rammollito non ha avuto un solo momento di vigore e di dignità in un'ora e mezzo di verbiage disgustoso. Si era preparato il discorso come ci si prepara un componimento o una conferenza per signore: infiorandolo di preziosità stilistiche, di doppi sensi, di motti di spirito, di ironie maccheroniche. Non ha sentito nulla del disastro morale in cui è precipitata l'Italia. Ha visto solo l'occasione per un successo parlamentare… La verità è che il Parlamento era malato da molti anni, fin da quanto Giolitti faceva le elezioni nel mezzogiorno a furia di bastonate e di brogli inauditi e Turati trovava che faceva benissimo ed era Giolittiano. Avendo per dodici anni, dal 1902 al 1913, lasciato mano libera a Giolitti nel Mezzogiorno, a patto che Giolitti lui e i suoi amici del nord, Turati teneva mano al discredito delle istituzioni elettive nella coscienza del Paese. Qui si vedono bene toni (oltre il limite dell'insulto nei confronti di chi è considerato in quel momento avversario) e argomenti che caratterizzeranno la divisione a sinistra. Toni e argomenti che vanno ad aggiungersi a quelli -egualmente letali per la sinistra- prodotti dalla definitiva rottura tra comunisti e socialisti sancita dalla scissione di Livorno del '21. Scrive Salvemini: " Giolitti violò sempre impunemente la libertà elettorale dove gli faceva comodo. E Turati gli tenne sempre il sacco. Con quale diritto può egli dire che il Parlamento è stato ammazzato da Mussolini? Mussolini gli ha dato l'ultimo colpo. Ma i colpi più rovinosi li aveva già dati Giolitti con il consenso di Turati…(Turati)il problema della libertà elettorale non lo ha mai sentito. Comincia ad avvedersene oggi, perché teme di non essere rieletto per la violenza fascista. E' in fondo è sempre disposto a dimenticare le bastonate se Mussolini mette giudizio e si adatta al compromesso con lui [...]"
Ma che cosa è per Salvemini il fascismo? Cosa sono quei primi passi di Mussolini al Potere? I Parlamentari con la camicia nera presenti e futuri sono " pezzenti intellettuali e morali" Ma agli occhi del popolo hanno il merito di aver umiliato e spodestato "quella gente là" cioè la classe dirigente liberale e parte di quella socialista. Qunto poi al problema della dittatura , quella " di Mussolini non è una novità" scrive i 29 novembre '22 "tutta la vita parlamentare italiana è stata vita di dittatura da quando io ho memoria di vita politica. Crispi fra il 1887 e il 1891 e fra il 1893 e il 1896 fu un dittatore cioè otteneva che la Camera approvasse quello che egli faceva, finchè egli stesso non batteva il naso nel muro dei propri insuccessi. Giolitti fu dittatore dal 1902 al 1913; non fu mai la Camera che lo mando via: furono talvolta tumulti popolari ( sciopero ferroviario) o insuccessi di politica estera o interesse suo a rimanere per qualche mese in disparte…La Camera italiana non ha mai domandato di meglio che dre pieni poteri al presidente del Consiglio. Solamente abbiamo avuto dittatori violenti e dittatori fiacchi; dittatori furbi e dittatori sciocchi. Mussolini è uno dei tanti dittatori a cui i deputati danno piena fiducia e i pieni poteri. Tutto sta a vedere se saprà tenersi su per anni come Crispi e come Giolitti; o se si liquiderà in pochi mesi come Nitti e come Facta. La novità di Mussolini, di fronte agli altri, è che si appoggia ad un'organizzazione armata: la quale forse continuerà ad imporlo al Paese, anche quando sia venuta meno la fiducia miracolistica di questa luna di miele" Già Mussolini ha una milizia armata. Ma come vede Salvemini il tema della violenza fascista ? "Questo sistema", scrive dopo "una caccia ai nittiani" da parte delle camicie nere a Rionero in Vulture, " noi in Puglia lo abbiamo visto nei periodi elettorali dal 1902 al 1913 per opera di Giolitti. I fascisti hanno esteso il metodo a tutta l'Italia. O meglio, Giolitti lo estese a utta l'Italia nel'21; e i fascisti hanno intensificato l'uso del metodo nel'22". Il 15 gennaio '23 Salvemini scrive anche: " Tutta questa liquidazione violenta che i fascisti fanno delle vecchie consorterie democratiche, riformiste, socialiste riuscirà utile al Paese. Se ci fosse un giornale come L'Unità, noi dovremmo rifiutare il metodo, accettare i risultati e cercare di consolidarli impedendo da sinistra che le camorre abbattute dalla destra fascista si ricostituissero come nuova bandiera democratica"…. Salvemini guarda con antipatia a tutti gli avversari del fascismo. A cominciare ovviamente da Giolitti il cui ritorno scrive, "sarebbe un disastro morale per il Paese intero." Prende nota delle loro divisioni interne non disdegnando le maldicenze: " Giolitti odia sempre a morte Nitti: dice che è un ladro; vive troppo largamente per i suoi mezzi di insegnante universitario. Io credo che l'odio accechi Giolitti. Nitti non è uno stinco di santo. Ma nessuno a mai potuto finora fargli in pubblico le accuse di disonesta che tutti gli fanno in privato. E i suoi guadagni di avvocato commercialista possono permettergli una vita che non è poi sardanapalesca. Con questo non escludo che qualcosa possa aver grattato anche lui, nelle somme che gli industriali mettevano a sua disposizione per la stampa, per le elezioni ecc.. Ma alle grandi ricchezze di Nitti non ci credo: è una leggenda da Paese micragnoso come il nostro"……. Ancora su Turati: " Se Mussolini venisse a morire e avessimo un ministero Turati ritorneremmo pari pari all'antico. Motivo per cui bisogna augurarsi che Mussolini goda di una salute di ferro fino a quando non muoiano tutti i Turati e non si faccia avanti una nuova generazione liberatasi dalle superstizioni antiche." …. A varie riprese Salvemini prevede una conclusione a tempi rapidi dell'avventura mussoliniana. Ciò che lo induce a cambiare idea circa l'opportunità di collaborare con il nuovo governo. Quando nel dicembre del 1922 il ministro Giovanni Gentile offre ad un salveminiano, Giuseppe Lombardo Radice, la direzione generale dell'istruzione primaria, Salvemini è per il si: " Quello che ti raccomando assolutamente è che tu ti assicuri la posizione economica per l'ipotesi che tu debba un giorno ol'altro dimetterti" gli scrive. " Ad ogni modo" annota poi sul suo diario, " occorrerà aiutare Gentile nel suo tentativo. E se sarò invitato a collaborare darò la mia opera; ufficiosamente, amichevolmente, a patto di non essere considerato mai da nessuno come aderente al regime mussoliniano". Ma allorché, nell'aprile del '23 viene a sapere che Sforza non ha accettato un incarico da Mussolini, scrive: " Se questo regime dura poco - e mi par chiaro che ormai non può durar molto- Sforza si troverà in una posizione morale assai migliore che se avesse accettato un incarico da Mussolini" Stesso atteggiamento ha in maggio quando Piero Jahier gli chiede di pronunciarsi su una proposta fattagli da Ernesto Codignola divenuto uno stretto collaboratore di Gentile. " Jahier mi disse che Codignola gli aveva offerto un posto da provveditore. Mi chiese consiglio. Gielo detti negativo. Ne fu contento. Sono sempre più convinto che non si debba fare nessun atto di adesione al regime mussoliniano." Ma già alla fine della primavera Salvemini capirà che le sue previsioni circa l'imminente fine della stagione mussoliniana erano avventate. Scrverà: " Questo diario diviene sempre più frammentario. Quel che avviene nel mio spirito, non lo scrivo." Consegnerà ad un libro che verrà pubblicato quello stesso anno un giudizio sul fascismo quasi benevolo. E a fine settembre smetterà di prendere appunti. Probabilmente aveva cominciato a rendersi conto che la sua stava diventando, più che un'opera di saggistica politica ( sia pure sotto forma di diario), la testimonianza di uno smarrimento.
Pur con tutti i nostri limiti conoscitivi sulla materia, che sono poi l'unica cosa che ci sentiamo davvero di conoscere, pensiamo di poter condividere il giudizio di Paolo Mieli circa lo smarrimento di Salvemini, smarrimento che, a nostro giudizio, non era però solo personale. Il diario di Salvemini è la testimonianza, infatti, di uno smarrimento profondo, collettivo, comune in quel periodo ad una vasta parte del mondo politico italiano. L'opera di Salvemini, però, non è solo una testimonianza storica, circoscrivibile al periodo in cui fu scritta, è anche la rappresentazione di una profonda divisione che nel tempo ha contraddistinto la sinistra Italiana, e che proprio in quel periodo ha la sua origine. Ad una sinistra socialista, non moderata né tanto meno accondiscendente, ma comunque disposta a confrontarsi con l'Italia liberale, nel tentativo di migliorare il sistema in senso appunto socialista, si contrapponeva una sinistra antisistema, più antiliberale che antifascista e per diversi aspetti, paradossalmente, anche antisocialista. Non a caso riguardo alle violenze fasciste Salvemini scrive. "Se ci fosse un giornale come l'Unità noi dovremmo rifiutare il metodo, accettare i risultati e cercare di consolidarli impedendo da sinistra che le camorre abbattute dalla destra fascista si ricostituissero come nuova bandiera democratica" E ancora riferendosi a Turati: "Se Mussolini venisse a morire e avessimo un ministero Turati ritorneremo pari pari all'antico. Motivo per cui bisogna augurarsi che Mussolini goda di una salute di ferro fino a quando non muoiano tutti i Turati e non si faccia avanti una nuova generazione …." Enormi e profonde le conseguenze di tale posizione, evidenti non tanto durante il periodo autoritario del regime, per ovvie ragioni, quanto nella storia politica del nostro Paese nel dopoguerra.