L'avvento del fascismo in Calabria è "particolare" per molti aspetti contraddittorio. Fino alla metà del 22 il movimento fascista calabrese era rimasto in uno stato embrionale, non poteva definirsi nemmeno un fenomeno organizzato con una propria fisionomia per l'esiguità dei nuclei costituiti, e per l'indeterminatezza della linea politica. Antibolscevismo e connotazioni nazionalistiche ne rappresentavano i tratti fondamentali, ne indicavano l'impostazione al fondo anti-socialista e anti-comunista, ma in esso convivevano tendenze diverse, non esclusa quella rivoluzionaria, che ne spezzavano la capacità di incidenza, facendone un movimento subalterno alle forze principali della lotta politico-sociale. In questa fase da un lato cominciavano ad emergere le posizioni legate ai capi centrali, in particolare a Michele Bianchi dall'altro si delineavano posizioni di rottura dell'ordine sociale piu' che politico. Ilario Franco per esempio aveva inteso con la sua "opera demolitrice abbattere l'infausto sistema feudale, che tanto disonore e vergogna porta a noi calabresi per elevare il popolo che lavora soffre....." o anche Luigi Filosa che attaccava Fausto Gullo perchè troppo tenero e poco combattivo. La base di consenso era allora limitata a qualche gruppo di ex-arditi, ex-combattenti di origine piccolo borghese appoggiati da esponenti agrari, niente di rilevante comunque. La prima, significativa accelerazione si verifica dopo il fallimento dello sciopero "legalitario" nell'agosto del22,come testimonia il prefetto di Cz: "il recente inconsulto sciopero generale e piu' ancora le gesta dei fasci di combattimento in varie province del regno, hanno avuto una forte ripercussione negli elementi nazionalistici di questa provincia e hanno risvegliato il senso patriottico mentre i partiti antinazionali socialisti e comunisti si dimostrano accasciati e perplessi". La nascita del fascio locale era stata favorita dal gruppo dei combattenti che aspirava a diventare un vero a proprio partito, nello stesso tempo ad assecondarla erano i proprietari che avevano dovuto cedere al moto contadino nello immediato dopoguerra e miravano in quel momento a bloccare le concessioni decise in base al decreto Vissocchi.
In piu' riprendevano l'iniziativa quei gruppi locali che erano stati battuti dalle sinistre alle precedenti elezioni, l'attacco alle amministrazioni di sinistra si faceva dunque concreto, in questo quadro si inserisce il movimento fascista.
Esemplare a riguardo è cio' che avvenne a Bianco e a Bruzzano: anche qui si procedeva sotto la spinta degli agrari alla revoca delle concessioni, ma in questo caso l'amministratore dei Carafa di Roccella, i proprietari della zona, aveva voluto procedere personalmente all'operazione di retrocessione della terra ,mentre era in corso un'azione conciliativa del prefetto, dalla parte dell'amministratore si era schierato il gruppo dei fascisti locali, all'operazione partecipo' senza mandato anche la forza pubblica, il bilancio dello scontro fu tre morti e sei feriti, tutti contadini ; la dinamica di questo scontro, uno dei tanti in quel periodo, e il suo bilancio chiarisce la svolta in corso. Ancora pero' il fenomeno fascista è marginale rispetto al complesso della società, vincolato quasi esclusivamente a fenomeni di scontro violento, tra l'altro in questa ultima fase liberale le Calabria aveva mantenuto buone posizioni nel governo centrale: De Nava al tesoro nel governo Bonomi, Anile alla pubblica amministrazione nei due governi Facta. De nava era poi il leader nazionale del gruppo "democrazia liberale "e proprio a lui il Re aveva affidato il compito di formare il governo dopo la caduta di Facta, i protagonisti della politica calabrese dunque erano altri. Il crollo del regime liberale, delle istituzioni centrali, non potè pero' non coinvolgere anche la Calabria che si ritovo' di colpo fascista. Un commentatore locale scriveva "la Calabria, intesa nelle sue masse, non nell'elemento illuminato, è nei rapporti con il fascismo la vergine ignara che attende si sollevi il velo del mistero......noi meridionali e calabresi in specie ,ci siamo venuti a trovare a contatto con il fascismo imperante senza esser passati per gli stadi e sia pure le lotte fra mezzo alle quali altre regioni d'Italia compirono la marcia verso questa nuovissima incarnazione della idea politica. Noi non abbiamo avuto quasi il tempo di conoscere il fascismo e di orientare il nostro spirito, che già, quasi imprevedutamente, abbiamo dovuto metterci con esso in rapporti immediati". Un altro commentatore: "in Calabria nessuna ragione di lotta politica lo rendeva necessario prima dell'ottobre scorso perchè, esclusi casi pressochè insignificanti, il bolscevismo non è mai giunto fino a noi. Ora invece sorgono fasci ovunque ,i gruppi battuti alle elezioni sono improvvisamente diventati fascisti con la stessa convinzione con cui sarebbero diventati bolscevichi, se malauguratamente avesse trionfato il soviettismo .In questo modo si sono determinate situazioni non molto pacifiche in paesi dove si viveva tranquilli. Perchè lungi di essere a conoscenza di quello che vuole il fascismo codesti suoi improvvisati proseliti vedono in esso un comodo strumento di reazione locale ."
L'affermazione del fascismo si compiva tra l'altro in un momento di crescente opposizione, per la scarsa attenzione del potere centrale alla questione calabrese e non mancava di suscitare speranze circa un possibile mutamento dei rapporti tra regioni deboli e forti. Nel gennaio del 23 la deputazione calabrese ricordava al nuovo ministro dell'agricoltura De Capitani, che la Calabria era stata completamente trascurata fino al 1905 e che dopo le cose non erano cambiate, concludendo :"le nostre popolazioni non chiedono privilegi ...se però, malgrado l'esperimento gagliardo del nuovo governo lo Stato fallisse ancora una volta a questo suo dovere, cio' significherebbe che uno Stato veramente nazionale ed unitario non è possibile". Insomma l'avvento del fascismo si abbatteva sulla Calabria provocando trasformazioni, cambiamenti, perplessità e dubbi ma soprattutto attese e speranze tra i vari gruppi sociali emergenti spesso in contrasto tra loro. La fiumana verso il fascismo dopo la salita al potere di Mussolini coinvolgeva anche la Calabria anche se con meno impeto che altrove, la fascistizzazione della regione si attuava attraverso un processo ibrido e con il concorso di settori importanti del vecchio personale politico amministrativo, infatti la formazione dei nuovi gruppi dirigenti era una operazione difficile, complicata dal scarsa consistenza dei nuclei fascisti preesistenti alla fiumana dei nuovi adepti. La mediazione tra il vecchio e il nuovo non sempre portava alla pacificazione tra i vari gruppi in lotta anzi spesso produceva forme di dissidenza aperta, sia Michele Bianchi che Antonio Lanzillo o Maurizio Maraviglia che tenevano i rapporti tra il centro e la Calabria non riuscivano a stabilizzare i quadri delle tre provincie ,troppi gli interessi in discussione. Molti fascisti soprattutto di recente affiliazione chiedevano di bloccare l'ondata trasformista altri invece all'opposto condannavano lo spirito di combattività e di esclusione che impediva il consenso della grande maggioranza. Comunque, anche se con contraddizioni, ad un anno dalla presa del potere la diffusione dei fasci si era estesa fino ai paesi piu' periferici, con 400 sezioni e 27.000 iscritti. Scriveva il federale di Cosenza :"un confronto tra la pochezza numerica del primo nucleo del 20\21 si e no un centinaio di aderenti e la cifra imponente di oggi, ci puo' lasciare dubbiosi se l'assalto dato dagli opportunisti al carro del vincitore non sia riuscito ". Tale giudizio si riferiva al momento di massimo afflusso e di pletora che dura fino all'aprile giugno del 24. In questa fase l'instabilità dei gruppi dirigenti fascisti si incrocia con una situazione politico sociale non ancora stabilizzata, nella quale anzi aumentavano le forme di opposizione da parte soprattutto di esponenti democratici, che si dissociavano dalla linea assunta dal fascismo in campo nazionale.
Ciò naturalmente non facilitava la capacità di direzione unitaria delle autorità provinciali anzi creava le premesse per conflitti locali. Le opposizioni dal canto loro avevano subito un forte sbandamento dopo la presa del potere di Mussolini ma la resistenza non era caduta e il passaggio all'opposizione di diversi democratici ne aiutava la tenuta. Erano in gran parte uomini avversi all'affiorante tendenza di omologazione tra stato, governo e partito, per alcuni il credito concesso al fascismo si appannava, per altri mutava in aperta opposizione, erano uomini che godevano di largo seguito specie nei settori piccolo borghesi e nella pubblica amministrazione, molti erano esponenti massonici. In ogni caso, non erano disposti ad avallare la svolta di regime che si annunziava. Ancora nel 26 amarissimo è lo sfogo di Nicola Serra, uno dei promotori del fascio parlamentare che aveva difeso l'impresa dannunziana e aveva dichiarato la sua soddisfazione per la presa del potere da parte fascista. Non aveva tardato, a ricredersi. In un aula di tribunale durante il processo contro alcuni fascisti di Firmo denuncio' "il prevalere della violenza brutale dei caratteri bacati, delle moralità equivoche del fascismo nella nostra provincia, che sono la prova della deviazione dalle sue nobili finalità che fecero convergere intorno ad esso o in esso tanta parte nobilissima della nazione". Sulla stessa linea si poneva Luigi Fera, per lui il fascismo era altra cosa da quella ipotizzata, se era giusto "il bisogno di assicurare al governo una base stabile ed organica " non condivisibile era la pretesa di cancellare il regime parlamentare. Fera aveva fatto parte della commissione dei 18, nominata per definire la legge elettorale Acerbo, in questa occasione espose il suo pensiero a Mussolini "prospettandogli la necessita' di creare lentamente un ambiente sereno e sicuro di liberta'...noi riconosciamo a Mussolini il merito grande di aver contenuto il primo impeto distruttore dei suoi proseliti e di aver imposto il rispetto degli istituti fondamentali, ma cessa il merito se egli postula con pertinacia la necessità della rivoluzione che non ha soste e non si conclude. La marcia su Roma doveva essere la fine e non il principio di sovvertimenti....." Il delinearsi della svolta totalitaria creava dunque in Calabria non pochi dissensi e timori.
Molti, pur condividendo questi timori, avevano scelto piu' prudentemente di restare in posizione di attesa, molti altri, invece, avevano accettato l'integrazione, per la quale aveva contribuito la forte pressione del clero in senso filofascista che tra l'altro metteva in chiara difficoltà il "bolscevismo bianco" di De Cardona. In questa fase la pressione sulle opposizioni divenne sempre piu' forte ,il partito comunista, che non aveva assunto dimensioni significative, era stato paralizzato subito dopo la "Marcia", gia' nel dicembre del 22 il prefetto di Catanzaro aveva decretato lo scioglimento della federazione e nel febbraio successivo erano stati arrestati i tre segretari provinciali. Piu' articolata ed insistente era l'azione contro i socialisti che potevano contare su due parlamentari, su cooperative ed amministrazioni comunali e che, specie nel Reggino, poggiavano su forti sezioni unitarie costituitesi dopo la scissione tra massimalisti e riformisti. I fascisti avevano tentato di mettere al bando Mastracchi, il quale insisteva nella sua azione politica e organizzativa, con il passare del tempo l'attacco alle cooperative si era fatto sempre piu' stringente. Ma la linea di resistenza, se pur indebolita', persisteva e come detto si alimentava anche grazie all'accennato passaggio all'opposizione di parlamentari democratici, avversi alla svolta repressiva del regime. In queste condizioni si era aperto lo scontro elettorale dell'aprile del 24, uno scontro che in Calabria, come altrove, non riguardava solo la lotta tra fascismo ed opposizioni ma che si combatteva anche internamente allo stesso fascismo. Sono note infatti le dispute interne per l'impostazione della prova elettorale. La linea vincente fu quella imposta da Mussolini, in base ad essa poterono entrare nel listone " al di fuori al di sopra e contro i partiti.... tutti quegli uomini del popolarismo, del liberalismo e delle frazioni della democrazia sociale che sono disposti a darci la loro attiva e disinteressata collaborazione ,restando bene inteso che la maggioranza deve essere riservata al nostro partito". Della famosa pentarchia, incaricata di attuare nelle varie circoscrizioni questa linea, faceva parte Michele Bianchi. A dire il vero l' opinione del "quadrunviro calabrese" era molto restrittiva, ammetteva l'inclusione di liberali democratici popolari non sgraditi ai fascisti ma si limitava alle seconde linee ,rifiutando uomini di rilievo come Colosimo, De Nava, e Fera la cui cooptazione avrebbe, secondo lui, creato "penosissima impressione nelle centinaia di amministrazioni conquistate dai fascisti" nonché "la falsa impressione che il governo per vincere ha bisogno, il che assolutamente non è di tali uomini". Bianchi avrebbe dovuto pero' abbandonare questa impostazione, non rispondeva infatti al disegno di Mussolini che voleva conseguire un forte successo e inoltre contrastava con gli avvisi dei prefetti, che segnalavano consistente attrazione dei vecchi parlamentari, in contraddizione per altro con la scarsa presenza di nomi rappresentativi all'interno del movimento fascista. Alla fine nel listone non erano entrati nè Fera nè Colosimo, ne avrebbe fatto parte invece De Nava, nonostante le vibrate proteste della federazione fascista reggina che ne rifiutava la candidatura: "l'eventuale candidatura di De Nava nella lista governativa avrebbe come conseguenza lo sfasciamento completo del fascismo in provincia di Reggio Calabria, fascismo che ha sostenuto e vinto in provincia una lotta titanica contro De Nava e il suo entourage....." De Nava era poi morto all'indomani della pubblicazione del suo appello elettorale tutto teso alla pacificazione .Il fatto restava, come restava l'ingresso nel listone di altri influenti personaggi che ritornavano sulla scena dopo disimpegni e sconfitte : Arnoni, Joele, Nunziante con evidente disagio dei fascisti intransigenti, si attuava cosi' una sorta di osmosi politico-sociale tra vecchio e nuovo. Sui 15 calabresi inclusi nella lista per la circoscrizione Calabria-Basilicata gli uomini nuovi erano otto. Tra questi Bianchi, Lanzillo e Maraviglia tutti e tre partiti dalla Calabria, disponibili verso il socialismo ed influenzati poi dal sindacalismo rivoluzionario, e poi ancora dal nazionalismo tornavano ora come protagonisti, il primo in qualità di capo indiscusso ,a questi tre va aggiunto Siciliani per avere cosi' il panorama completo dei filoni principali di un fascismo calabrese che si era formato piu' per induzione che per spinte autonome. A voler essere precisi due soli erano uomini nuovi espressione di movimenti locali, Michele Barbaro ed Edoardo Salerno.
In Calabria le elezioni si svolsero in un clima di violenze brogli e minacce. Anche i prefetti riprendendo un vecchia abitudine ,per la verità attenuatasi nelle elezioni del 19 e del 21 ,erano entrati in campo utilizzando tutti i loro strumenti di comando e di controllo ,lo stesso prefetto di Catanzaro comunicando i risultati confermava il proprio ruolo attivo affermando che il successo conseguito dal listone era anche merito "del lavoro paziente tenace di questa prefettura ".La voce repubblicana denunciava "nella massima parte delle sezioni il segreto del voto non è esistito si doveva votare a scheda aperta. L'affluenza alle urne fu del 55,8%con un aumento del 7,3% rispetto alle elezioni precedenti, i voti validi furono 244.446 il listone ne ebbe 183.818 pari al 75,12% un enorme successo che confermava anche in Calabria come nelle altre regioni meridionali la prevalenza del blocco fascista, le opposizioni ebbero il 24.8%.Tra i partiti di opposizione il calo maggiore era toccato ai popolari perdevano oltre 30.000 voti passando dal 18,8 del 21 al 4.3%,a determinare questo crollo era valso certamente l'aperto sostegno dato dal clero al listone, anche i socialisti subivano una evidente flessione passando dal 9,7% al 5,6% i comunisti calavano dal1,52 al 1,17.Le due liste liberal democratiche: opposizione costituzionale e democrazia sociale ottenevano discreti consensi con un rispettivo 6,4% e 5,3% Venivano cosi eletti Anile per i popolari ,Mancini per i socialisti massimalisti, Priolo per i socialisti unitari, Gullo per i comunisti la sua elezione venne pero' annullata con l'attribuzione del resto al popolare Siles ,Lombardi e Molè per opposizione costituzionale Albanese e Tripepi per democrazia sociale. La vittoria del listone era stata determinata da più fattori certamente dalla confluenza al suo interno di vari importanti esponenti della vecchia rappresentanza politica , anche il fattore governati vista aveva svolto un ruolo non secondario ma soprattutto a gonfiare enormemente le dimensioni di tale affermazione erano stati i brogli e le intimidazioni Non ci si può fermare qui ,questo successo nasceva anche da gravi errori commessi dalle sinistre nell'immediato dopoguerra, non nasceva tutto dalla violenza, c'era qualcosa di piu' profondo ,si erano rotti i vecchi equilibri politici ed anche sociali, e qualche attento osservatore lo aveva intuito.
Prima del voto Mancini scriveva "il contadino, l'operaio, il piccolo agricoltore che combattono sotto la stessa bandiera dei Berlingeri dei Baracco, dei Quintieri tradiscono la propria..... se costoro sono con il fascismo il posto dell'operaio del contadino del piccolo proprietario è altrove" era un appello elettorale ma anche una constatazione dei cambiamenti in corso. Infatti il fascismo, nato nei centri cittadini, a quelle elezioni avrebbe sfondato in campagna tra i contadini ,mentre proprio in città le sinistre tenevano meglio. L'idea dunque di un fascismo legato esclusivamente ai grandi proprietari e alla piccola borghesia va decisamente rivista ,è proprio nella borghesia cittadina che il fascismo incontrava maggiori resistenze. Cosi' a Reggio il listone non superava il 39% mentre i socialisti unitari arrivavano al 27%,i ceti impiegatizi, i ferrovieri, i gruppi professionali avevano dato un apporto decisivo alla tenuta delle opposizioni. A riprova di tutto cio' è la situazione elettorale del circondario di Crotone dove si registrò una vera valanga di voti a favore del listone in una zona dominata dall'elemento contadino. Interessante è certamente la geografia elettorale delle elezioni del 24, grazie ad essa si chiariscono le differenziazioni interne alla regione e si evidenzia il peso politico e la capacità aggregativa dei vari leaders. Il listone si era dimostrato più forte a Cosenza che nelle altre due provincie questo è facilmente spiegabile con la presenza di Michele Bianchi, era sempre tra i primi eletti nelle singole circoscrizioni, naturalmente dopo Mussolini ,dopo di lui tutti gli altri: Arnoni, Meraviglia Salerno; unica eccezione il Reggino dove Bianchi non riscuoteva molto successo. Nel Reggino i popolari ottenevano il loro miglior risultato, i socialisti in provincia di Cosenza. Spesso i picchi di consenso per le formazioni politiche d'opposizione erano corrispondenti alla presenza in una data zona di un particolare personaggio. Emblematici, al riguardo, son il comune di San Giovanni in Fiore e in generale tutta la zona silana e presilana roccaforte di Pietro Mancini e Fausto Gullo. Comunque il risultato elettorale, se pur condizionato da molte ombre, chiudeva la fase iniziata nell'ottobre del 22, di certo la normalizzazione non era compiuta, ne finiva il clima violento e rissoso ma sicuramente iniziava un periodo nuovo del fascismo, nel quale sarebbero emersi i caratteri tipici del regime. Alla camera, all'indomani del voto Michele Bianchi e Pietro Mancini si ritrovarono di fronte in posizione opposta. Nati a pochi chilometri di distanza, cresciuti e formatisi nella stessa realtà sociale, si ritrovavano ora agli opposti su posizioni lontane e inconciliabili. Mancini, prendendo la parola in Parlamento, dichiaro' esplicitamente che il fascismo era una "dittatura", adagiata su forme costituzionali che si fondava sulla forza e sulle baionette. Andò oltre sul piano ideologico evocò il bolscevismo e Lenin. Bianchi da parte sua prefigurò l'Aventino, affermando che la presenza delle opposizioni in aula legittimava la Camera stessa, se cosi non fosse stato gli oppositori non avrebbero dovuto metterci piede. Affermava che il diritto ad opporsi era legittimo ma avvertiva che non si sarebbero tollerati capricci. Poi il delitto Matteotti e il resto....Sicuramente dopo il delitto Matteotti anche in Calabria il fascismo fu in grossa difficoltà.
A Reggio accadde qualcosa di inverosimile :si diffuse all'improvviso la notizia della caduta del regime, tutti ci credettero e per tutta la città si diffusero manifestazioni di giubilo con la partecipazione di migliaia di persone. Era un segnale importante che non poteva essere sottovalutato, come osservava al senato Albertini. Poi il famoso discorso del duce, il 3 gennaio 1925 e l'avvio di una rigorosa repressione, le opposizioni si sgretolano e defluiscono in uno stato di clandestinità, un esempio degli ultimi tentativi di resistenza ed insieme dell'efficace e dura repressione, ormai sistematicamente messa in atto, è cio' che avvenne a Palmi nel corso della festa della Madonna della lettera. A raccontarlo è uno dei protagonisti, Leonida Repaci, il quale veniva da una famiglia che si identificava con la nascita e lo sviluppo del socialismo calabrese (sarebbe poi nel dopo guerra diventato comunista, redattore dell'Unità e collaboratore dell'Ordine Nuovo di Gramsci). Durante la festa i fascisti intonarono "Giovinezza" e i socialisti risposero con "Avanti popolo" da qui gli scontri che provocarono un morto e diversi feriti. Di per sè l'episodio si inquadra in una serie di fatti simili accaduti nello stesso periodo, ma a conferma della linea repressiva voluta dal regime (comunicata dallo stesso Mussolini all'autorità periferiche) l'episodio fu seguito da una vera e propria inquisizione che provoco' due suicidi. Tutto questo dimostrava che ancora esisteva un moto di resistenza che d'ora in poi sarebbe pero' rimasto clandestino e che il regime era ormai in possesso di tutti gli strumenti e le capacita' di governo .